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Il paese clandestino - Antonio Strinna - Arkadia editore
 
Diario
09_10
BADDE LONTANA - QUARANTATRE' ANNI FA


Sutta su chelu de fizu meu
como si cantat finza tres dies:
badde lontana, badde Larentu
solu deo piango pensende a tie.

Mortu mi l'hasa chena piedade
cun d'una rocca furada a Deu:
badde lontana, badde Larentu
comente fatto a ti perdonare?

Zente allegra e bella festa,
poètes in donzi domo.
Cherzo pregare, cherzo cantare
ma no m'ascurtada su coro meu.

Dami sa manu, santu Larentu,
deo so gherrende intro a mie.
Dami sa manu, mi so perdende,
faghemi isperare umpare a tie.


BADDE LONTANA (Agosto 1972)
(Testo: Antonio Strinna – Musica: Antonio Costa)









BADDE LONTANA - La storia

I
Poco meno di cinque mesi prima della festa di San Lorenzo -il 21 marzo 1957-, un bambino ancora in fasce aveva lasciato per sempre la valle. Ucciso nella culla da un enorme masso precipitato dalla collina. Aveva sfondato il tetto, il solaio e infine era piombato nella culla. Durante questo periodo non ero mai stato nella valle e la notizia, appresa ad Osilo, dove vivevo, l'avevo vissuta come qualcosa d'inverosimile, insomma l'avevo in qualche modo rifiutata.
Per alcuni anni -non ricordo il motivo preciso-, non feci ritorno a San Lorenzo. Ci ritornai comunque tante volte con il mio carico di pensieri, sospinto da una mente sempre accompagnata dal cuore. Al punto che ogni volta mi ritrovavo fra le sue sponde come un animale tornato in libertà. Sponde verdi e palpitanti che a me sembravano del tutto ignare dei passi della morte.
Dieci anni dopo, invitato da mio nonno, mi ritrovavo a San Lorenzo, a poco distanza dalla tragedia, in occasione della festa. Nei luoghi dov’ero nato, che conoscevo e amavo di più. Potevo ancora far finta che questa realtà non fosse mai esistita? Io e mio nonno stavamo seduti sopra un lieve declivio, al limite della piazzola, accanto a torronai, ramai, venditori di mestoli e setacci, di fronte al palco e alla chiesa. Soprattutto, stavamo in mezzo alla gente e al centro della valle. Anche quest'anno la festa è bella, si diceva in giro, la festa è bella e la gente allegra. Erano tanti i poeti che, lasciando il silenzio delle case e delle campagne, si affacciavano sulle strade con i loro versi estemporanei. Sì, perché doveva essere anche festa della poesia. La notte di san Lorenzo, poi, non poteva certo negare le tanto attese stelle cadenti. Perfetto auspicio di nuovi desideri, non più taciuti, da realizzare.
Lo spettacolo della serata prevedeva l'esibizione di una band di Sassari, ormai affermata in campo nazionale, che con il suo nome faceva riferimento ai cannoni impiegati nella prima guerra mondiale, i Bertas, appunto. Certo allora io non immaginavo che un giorno questa band avrebbe scelto di cantare in sardo, e lo avrebbe fatto ricordando a tutti la storia sfortunata di un bambino -Pietro Pisanu-, morto proprio in questa valle. Affidandolo, attraverso la musica, alla memoria di tutti.
Ma insieme alla musica c'era poi anche la comicità, quella decisamente scoppiettante dell'attore di Cabaret, e anche cantante e pittore, Nino Costa.
Prima ancora che la band iniziasse a cantare, istintivamente mi sono messo a frugare in mezzo alla folla, fra sguardi sorridenti, animi talvolta eccitati, cercando i volti dei genitori del bambino, specialmente quello della madre. Non c'erano, padre e madre se ne stavano ancora lontano dalla festa e persino dalla sua atmosfera. Non era facile da conciliare, tutto questo, con il loro stato d'animo. Soprattutto durante lo spettacolo, li ho cercati. Mentre la gente ascoltava l'attore e cantante Nino Costa, dalle cui comiche gli abitanti della frazione, i lorenzini, si lasciano prendere in giro, docili all'ironia.
E si divertivano, si divertivano davvero, anche perché ognuno di loro aveva lasciato a casa il proprio dolore, ogni preoccupazione. Perché no? Che se ne andassero pure insieme all'acqua del torrente, leggere e veloci, a morire nella quiete del mare, le incorreggibili preoccupazioni della vita.
Il comico, occhi guizzanti, gestualità imprevedibile, prese a un certo punto a lanciare sguardi in ogni direzione, frugando ovunque con la sua sete di curiosità, fra dirupi e costoni vestiti di fichidindia, lentischio, assenzio e ginestre. E frugava poi anche fra le rocce a picco sulla valle, intervallate da piccole e grandi grotte, rocce che minacciavano di franare pericolosamente e di travolgere i mulini sottostanti. Ne avevano mietuto già tante di vittime.
Più frugava dentro quella insidiosa natura, che ogni giorno di più si stava riappropriando di se stessa, più scopriva le sue miserie, i suoi pericoli, la sua dura realtà. Né poteva bastare il buio della notte a nasconderle del tutto. Il comico scopriva comunque le sue miserie, è vero, ma per ognuna di loro aveva un grido di stupore, segno della sua incantata ammirazione.

“Guardate, amici, guardate bene e ammirate! Quanti grattacieli! Non li vedete anche voi? Sembra di vedere monumenti, statue, il duomo di Milano, persino la Tour Eiffel...” diceva il comico divertito.
Alla destra del palco, abbarbicata a un costone roccioso, c'era una misera abitazione che ospitava una famiglia di sette, otto figli. Al comico, fra i lampi dei suoi sguardi indagatori, non era certo sfuggito che si trattava di una capanna, quasi un abituro. E neppure gli era sfuggito che alla sua sinistra c'era una piccola grotta dove Gavino Nieddu esercitava abitualmente la sua professione, quello di barbiere, dal quale anche io ero stato più di una volta. Del resto, tutta la sua famiglia abitava all'interno di una grotta, anzi in due, proprio sotto la roccia dov'era stata eretta la chiesa, accanto a uno slargo del torrente, lo stesso torrente che attraversa tutta la valle e che per secoli è stato il naturale motore di tutti quei mulini, determinando così l'attività e insieme la ricchezza di tutti i lorenzini.
“Guardate bene la valle”, gridava il comico mostrandosi stupefatto. “Non sembra anche a voi un teatro stupendo, un capolavoro mai visto da nessuna parte? Qui non occorrono cantanti, attori, scenografia, non servono cori, né orchestre! Davvero un'opera gigantesca, bella e ricca, e noi ci siamo dentro, senza pagare il biglietto. Ma che fortunati!”
E intanto il pubblico rideva, stava al gioco, applaudiva divertito a ogni battuta, sempre disposto a riconoscere nel comico la sua stessa ironia. Ovvio che le spelonche, la carovana dei mulini ormai ammutoliti, i dirupi con le capre, le capanne e le grotte abitate non potessero essere paragonate, se non ironicamente, al paradiso di benestanti e ricchi. E tuttavia, rappresentare la povertà con lo stesso volto della ricchezza era forse l'unico modo per esorcizzare una cruda realtà intessuta di dolori, lutti, miserie e tragedie.
Ma era poi così semplice, per tutti, affidarsi all'ironia e da questa attendere di essere anche guariti? Sino a dimenticare ogni razza di avvoltoio, spesso travestito da upupa, e persino la morte, in picchiata sulla valle indifesa? Era davvero possibile questo miracolo?
Di sicuro non lo era per i genitori del bambino morto nella culla. Non lo era anche dopo dieci anni: in quei giorni di allegria il loro dolore si rinnovava ancora una volta, sembrava urlare persino più forte.
Con ingenua insistenza, io continuavo a frugare fra la gente, a cercare i loro volti, i loro sguardi. Alla fine, la mia immaginazione -sulla quale contavo perché senza limiti-, è riuscita nel suo intento. Così, credevo di vedere la madre del bambino, persino i suoi occhi. Per me la donna era proprio lì, fra la gente, neppure tanto lontano da me.
Assediata dall'allegria della festa, la donna tentava di dimenticare che quella stessa valle le aveva ucciso un figlioletto di pochi mesi, nella culla. E intanto rivedeva nuovamente il masso precipitare dalla collina sino a raggiungere la valle, il suo mulino, sfondare il tetto e il solaio, infine piombare sopra la culla dove dormiva il suo bambino, indifeso.

Tutto questo era accaduto un mattino, saranno state le undici, dieci anni prima, eppure accadeva di nuovo, drammaticamente, accadeva non lontano dalla chiesa e dal luogo della festa, dal palco dove adesso il comico inscenava le sue allegre provocazioni. Accadeva, sì, e non una volta soltanto.
“Ho la faccia del pazzo? Ho la faccia del pazzo e la faccio per te!” recitava il comico, rivolgendosi ambiguamente alla gente. Attingeva a una canzone napoletana, rendendola grottescamente espressiva con una serie imprevedibile di smorfie e gesti, e anche deformando curiosamente il viso.
E intanto il suo corpo, mentre lamentava un curioso male alla testa, oscillava pericolosamente da ogni lato, sembrava una molla umana, facendo temere che da un momento all'altro sarebbe rovinato sul pubblico o sul palco.
Neanche per un istante riuscivo a staccarmi dalla donna, anche perché a me appariva immobile, sola, sempre più profondamente sola. Volevo sentirmi vicino a lei, quasi fossi suo figlio. Notavo che il suo sguardo era puntato continuamente sulla stessa scena, del resto l'unica a lei visibile; rivedeva così la roccia sfondare ancora una volta il tetto e il solaio della sua casa e di nuovo piombare sulla culla, dove inconsapevole dormiva la sua preziosa creatura, di pochi mesi. E rivedeva anche se stessa mentre era impegnata a lavare i panni nel vicino torrente. E il marito, che invece lavorava in campagna.
Rivedeva la valle, come abbagliata improvvisamente da una luce improvvisa, per lei insostenibile; la rivedeva dentro la sua mente tormentata, percorsa da un continuo fremito di morte. E ancora accorreva, la donna, sospesa nel boato e nel terrore, nel tentativo disperato di salvare l'irrinunciabile ricchezza della sua casa.
Impossibile persino vederla, la sua creatura. Aveva lasciato il mondo e la vita prima ancora di averne gustato il sapore.
Alla donna, alla madre annientata non restava che il pianto disperato e solo: smarrita fra le rovine della vita, inginocchiata sul suo stesso tormento, gridava ancora incredula: valle maledetta, valle assassina! Ma ogni grido era una sofferenza in più, che laceravano tutto il suo essere. E poi, maledire la valle era, in fondo, come maledire se stessa.
Nessuna spiegazione per tanto solitario dolore. Per una morte che aveva portato via una vita e anche la sua innocenza. Come poteva domandarsi, la donna, se quella roccia assassina fosse sfuggita all'armonia della valle o a Dio stesso?
Ora, sommersa da incontenibili risate, la donna sentiva il comico scherzare sulle tante miserie del villaggio, miserie davvero straordinarie se finivano per esaltare la festa e quanti, dai paesi vicini, erano venuti nella valle per eludere, almeno nello spazio di una sera, il loro malessere.
Non so se fosse l'istinto o il ricordo di certi canti arcaici, fatto sta che mi veniva naturale vedere la donna con la sua creatura in braccio. Alla quale non tendeva rinunciare neanche ora. La vedevo mentre lo portava al seno e intanto gli cantava s'attitidu. Attitare, allattare, con la voce e con il corpo. Certo non un gesto qualunque. Non è forse, il seno, fonte di vita? Così, da madre, pensava ancora di poterla allattare, la sua creatura, e allattandola di restituirle la vita.
In fondo, un po' tutti durante quella notte cercavano fonti di vita, antiche e nuove, persino straordinarie. Già da un po' la folla festante avvertiva lo sguardo profondamente limpido del cielo, che abbracciava l'intera valle, uno sguardo che proprio tutto e tutti comprendeva in sé: a nessuno sfuggiva che quello era il cielo della notte di San Lorenzo.
Qualche stella già cadeva, puntualmente, per tutti quegli sguardi protesi verso l'alto, alla volta del cielo; erano stelle misteriosamente richiamate da tanti desideri, soprattutto da speranze che ancora una volta guardavano a un futuro diverso, imprevedibile, ma finalmente migliore.
Soprattutto, così immaginavo nella mia innocenza, in quel pezzetto di cielo c'era anche la creatura della donna, che dall'alto la proteggeva. La incoraggiava e le indicava la sola strada possibile. Quella della fede, e della preghiera. Aiutata dalla valle, la stessa che le aveva portato via il suo figlioletto, e poi anche, in modo sicuramente particolare, dal suo santo. San Lorenzo. Aiutata a pregare e soprattutto a sperare, anche dove il silenzio ricorda, inevitabilmente, più il dolore che la quiete. Il silenzio della pietra e della notte, interrotto soltanto dal discreto mormorio del torrente.

Dammi la mano, san Lorenzo, c'è la guerra dentro di me.
La mia mente e il mio cuore sono ormai smarriti.
Fammi sperare insieme a te...

Ed io voglio credere, oggi come allora, che quella mano, comunque una mano, l'abbia poi trovata, un giorno. Per ogni giorno del suo futuro. Almeno dentro di sé.


II

C’era una voce, a quel tempo, che mi chiamava spesso. Quella della valle di San Lorenzo, attraverso una donna. Era una voce che certe notti mi accompagnava sino al risveglio. Così al mattino ricordavo tutto, o quasi, di questi incontri. La donna mi parlava come fosse mia madre, davvero mi considerava suo figlio. E raccontava, quasi sottovoce, raccontava della valle, del mulino e del torrente, del suo piccolo Pietro.
Ma ci fu un risveglio, un mattino presto, diverso da tutti gli altri. Diverso, prima di tutto, perché quel mattino la donna continuò a parlarmi anche quand'ero già sveglio, per un tempo che non saprei definire, anche dopo il sogno. In qualche modo riuscivo anche a vederla, sospesa nel semibuio. La sua presenza nella stanza, io credo, aveva una spiegazione ben precisa. Durante il sogno, questa volta, la donna non mi era apparsa serena, lo ricordavo bene. Guardando nelle profondità dei suoi occhi vedevo tutta la valle, non solo il suo bambino, una valle immobile, intrappolata nel silenzio, ogni forma di vita sembrava pietrificata. Questa del resto era la sua realtà, l'immagine fedele della sua condizione.
Io ero uscito dalla mia immobilità, dopo aver trascorso due mesi a letto con la gamba ingessata. Avevo ripreso a camminare, stavo ormai per lasciare il paese; potevo rifarmi un'altra vita, altrove, andando incontro a nuove occasioni. Ma la valle no. La sua immobilità durava da oltre vent'anni, ed era sempre più profonda, destinata a dilatarsi come l'aria; i suoi mulini idraulici, dopo l'altro, si erano fermati e non c'era più nessuna speranza che un giorno la sorte potesse cambiare. I mulini elettrici la facevano da padroni. Persino la storia della valle, come i suoi 36 mulini, era finita per sempre: scivolata nelle sabbie mobili dell'oblio. Col tempo sarebbe diventata, inesorabilmente, ancora più lontana.
Guardando negli occhi della donna -occhi del cuore e dell'anima-, vedevo tutto questo. E sentivo anche la sua voce, ora, mentre lei sostava davanti a me. Una voce che non sembrava affatto uscire dalla sua bocca, ma dal profondo della valle. A me non restava che ascoltarla. Presi allora carta e penna e, seduto sulla sponda del letto, mi misi a scrivere -le mani tremanti, anche loro percorse dall'emozione-, anzi a trascrivere, quanto lei mi diceva. Non accesi neppure la luce, nella stanza. Ce n'era già abbastanza, ed era anche una luce speciale, che a me pareva provenire da altrove, dalla donna, appena uscita dal sogno, e da dentro di me.
Mi serviva proprio questa luce, del resto, per riuscire a vedere, più che ascoltare, le parole pronunciate dalla donna. Nella sua lingua materna, il sardo, l'unica capace di ricordare e insieme di farle rivivere la realtà della vita, anche quella più remota, insomma a riportarla nella valle e in un momento preciso. Superando la barriera del tempo, soprattutto.
E proprio alla valle, infatti, lei desiderava rivolgersi. Io non ero che il tramite. Naturale. Poco importava, in fondo, se ero del tutto inadeguato. Io ero capace di ascoltarla.

Sutta su chelu de fizu meu
como si cantat finzat tres dies.
badde lontana, badde Larentu
solu deo piango pensende a tie.

Si capisce, la donna aveva scelto di tornare nella valle proprio mentre si svolgeva la festa di san Lorenzo, il 10 di agosto. E' vero, si trovava sotto il pezzetto di cielo -così lei immaginava-, dove Dio aveva accolto la sua creatura. Ma non era il momento più difficile, per lei, il più tormentato, il meno adatto per tornarci? Mentre anche il pensiero, rivolto alla valle, badde de Santu Larentu, la faceva piangere nella sua solitudine.


Mortu mi l'hasa chena piedade
cun d'una rocca furada a Deu:
badde lontana, badde Larentu
comente fatto a ti perdonare?

Me l'hai ucciso senza pietà con una roccia rubata a Dio, valle mia, come faccio a perdonarti? Dalle sue parole, e dal suo sguardo, capivo che il suo desiderio di perdono, nel ricordo della morte del figlio, era profondo e forte. Desiderio di perdono, perché con il perdono potesse tornare finalmente la pace.

Zente allegra e bella festa,
poètes in donzi domo.
Cherzo pregare, cherzo cantare
ma no m'ascurtada su coro meu.

C'è la festa e c'è la poesia, in questa notte di luce, che ti porta il mistero nel cuore, festa e poesia per le strade e fra le mura di ogni casa. Certo ci sono anche la preghiera e il canto, ma non bastano. Il cuore non vuole proprio ascoltare. Soltanto il dolore, ascolta, ancora oggi.

Dami sa manu, santu Larentu.
deo so gherrende intro a mie.
Dami sa manu, mi so perdende,
faghemi isperare umpare a tie.

San Lorenzo, martirizzato nel fuoco, come poteva non capire questa donna? Una madre che stava vivendo, da anni, con la guerra dentro? Io credo che, alla fine, davvero la prese per mano e le insegnò a sperare, ancora una volta. E a perdonare la valle, persino.
Quello stesso mattino mi chiesi come mai avevo trascritto le parole dettate dalla donna come i versi di una poesia o di una canzone. Perché in fondo proprio questo dovevano essere, mi risposi un attimo dopo. Quella storia bisognava metterla in musica, cioè trasformarla in una canzone.
E d'altronde, se avevo trascritto quelle parole con la lingua della memoria, era già deciso che non poteva essere che la memoria a cantarla, a portarla in mezzo alla gente, proprio dov'era nata. Lo ammetto, la mia ambizione volava ancora più in alto. Volevo che quelle parole non fossero soltanto quelle di una canzone, una qualsiasi, ma quelle di una preghiera. Del resto, credo che al dolore non si possa negare la possibilità di pregare. Di essere preghiera esso stesso.
Ma la valle, insieme alla memoria, mi chiama ancora oggi. Sento che mi chiede che cosa ho fatto per lei, per salvarla. Uomini e pietre, mulini e tanche, come l'assenzio e l'asfodelo, tutti ammutoliti. Niente e nessuno è stato capace di salvare l'anima, nemmeno quella, l'anima di questa valle e della sua gente.
Sarà per questo che la memoria mi riporta spesso nella valle. Quante volte mi capita di sentire il bisogno di accarezzarla e di farmi accarezzare? Credo basti una carezza, magari su una delle tante ferite, per convincermi che la morte non ha avuto la meglio, e che in fondo non è mai riuscita a separarci per sempre.

https://youtu.be/VrMHby2GLy4


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Colonna sonora di Marco Piras
 

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