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Il paese clandestino - Antonio Strinna - Arkadia editore
 
Diario
AMORE E RELIGIONE nella poesia di Fabrizio DE ANDRE'

Una breve riflessione

Nella pietà
che non cede al rancore
madre, oggi ho imparato l’amore.

Così si conclude, in un certo senso, la Buona Novella di Fabrizio De Andrè.

Ho imparato l’amore, dice Fabrizio, non di averlo trovato. E per imparare l’amore, questo amore, non convenzionale, non bastano due o tre lezioni teoriche. Nessuno te lo può regalare, né vendere. A Fabrizio ci sono volute molte strade, giuste e sbagliate, soprattutto c’è voluto un viaggio lunghissimo, incerto e tormentato, con molti smarrimenti.

Saper leggere il libro del mondo
con parole cangianti e nessuna scrittura
nei sentieri costretti in un palmo di mano.

Imparare l’amore. Saper leggere il libro del mondo: a partire da dove? Fabrizio De Andrè ci dice che bisogna partire dalla periferia, dall’emarginazione, da ciò che viene rifiutato, negato, violentato, da ciò che è stato distrutto, da ciò che è vittima, da ciò che per tutti è letame. Bisogna partire dal più piccolo, così piccolo da essere ignorato, bisogna partire dal frammento. E come potremmo definire la vita stessa? “Minuscoli frammnenti della fatica della natura”, dice Fabrizio.

E del resto che cos’è, tecnicamente, una canzone? Un pezzo, viene definita una canzone, cioè un frammento. Tanti frammenti sono le tappe di un viaggio. E le canzoni di De andrè non sono mai proposte singolarmente, ma in un discorso unitario, così che tanti pezzi e tanti frammenti ricostruiscono una sorta di edificio o di creatura. Ma sono anche i frammenti di una ricerca, di un lungo viaggio. Passaggi e passaggi di tempo, per arrivare a capire che tutti quei frammenti incontrati per strada vanno riuniti in un corpo solo, perché la vita stessa è religione, dove tutto sta insieme, bianco e nero, buono e cattivo, gioia e dolore.

Frammenti perduti e ritrovati. I frammenti sono ciò che credevamo perduto e ora abbiamo ritrovato. I frammenti vengono prima di tutto dalla memoria, dalla oralità. E noi sardi siamo maestri in questo. “Chistu tocca ponillu in musica”, si diceva una volta quando si voleva fissare un avvenimento, per non perderne il ricordo. Con il trascorrere del tempo, questi frammenti -uno insieme all’altro- hanno un carattere narrativo, rilevatorio, e di ammonimento per le nuove generazioni.

Bisogna uscire dal proprio egocentrismo. Fare una scelta paradigmatica.
Questa è l’ottica prescelta da F. De Andrè, perchè lo sguardo e il cuore siano totalmente aperti, disponibili, senza pregiudizi, capaci di mettere al centro della scena l’essere umano, la sua storia quotidiana, liberandolo dal peso del potere, dell’ingiustizia e dell’ipocrisia. E’ una scena la più vasta possibile quella immaginata da De Andrè, diciamo pure paradigmatica.

Soltanto procedendo nei sentieri di questa scena, reale e collettiva, possiamo incontrare e conoscere il rapporto fra l’uomo e l’amore, fra l’uomo e la religione. La buona novella, di Frabrizio de Andrè, non nasce dai vangeli canonici, dai sinottici (di Matteo, Luca e Marco) o da quello attribuito a Giovanni. Fabrizio fa nascere la sua buona novella dai Vangeli apocrifi, cioè a lato della tradizione ecclesiastica, e non tanto per escludere quest’ultima, quanto per completare la scena e gli attori, che è poi anche un modo -nella sua intenzione- di attrarre la dimensione divina a quella terrena. E perché Dio si abbassi, in definitiva, incontri il cammino dell’uomo, lo accompagni.

Se Cristo muore, dice Fabrizio, un ladro non muore di meno. Ma questo non vuol dire sminuire la morte salvifica del Cristo. Corrisponde invece al bisogno -ribadito da Foscolo nei Nepolcri- di recuperare, di non disperdere e vanificare l’esistenza di chi è morto. Ed ecco che la canzone di Fabrizio diventano canzone-monumento e canzone monito, tendente a interpellare la coscienza dei vivi. In questo modo i morti rimangono accanto a noi, al centro della scena.

Seguendo la stessa logica, anche quelli che vengono tenuti ai margini, bollati come infami, miseri e negati per la società, devono trovare spazio al centro del palcoscenico sociale. Drogati, prostitute, vittime e perdenti. E qui lo sguardo morale di De Andrè non ha proprio nulla da spartire con la precettistica dei divieti e delle pene, ma esprime pietà e comprensione, insieme a una modalità di profonda partecipazione.

Alla fine l’unica cosa che conta è sapere che le anime, tutte le anime del mondo, sono salve. Quelle di Via del Campo, di Via Prè, quelle che ogni giorno fanno parte della tonnara dei passanti. E alle anime di Sardegna, dove il dolore degli altri -per gli altri- è un dolore a metà. Per lui, il dolore è sempre intero, come quello proprio. Lo riguarda direttamente. E’ sempre secondo una logica evangelica che Fabrizio De Andrè mette in primo piano gli ultimi, gli emarginati, i sofferenti, i vinti, gli esclusi, i pubblicani e le prostitute.

Ama e ridi se amor risponde,
piangi forte se non ti sente.
Dai diamanti non nasce niente,
dal letame nascono i fiori
(Via del campo, 1967)

Fabrizio vede nel Creatore un Dio di Misericordia.
A questo Dio dice: Il tuo bel Paradiso l’hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso, per quelli che hanno vissuto con la coscienza pura.
Dai diamanti non nasce niente e neanche dai poteri, soprattutto da quelli forti. Se un amministratore non si mette al servizio della comunità, se non se ne sente responsabile e non l’ama, allora esercita nient’altro che un potere. Ed ecco perché Fabrizio De Andrè dice: “Non esistono poteri buoni”. Di nessun tipo.

E che cos’è poi “Non al denaro, non all’amore, né al cielo”? Che cosa sono tutte quelle lapidi, quegli epitaffi, tutti quei morti che dormono, dormono sulla collina? Sono il tentativo di sottrarre tanti uomini almeno alla seconda morte, quella operata dall’oblio. E anche qui troviamo personaggi che fanno parte delle nostre miserie umane, gli ultimi, con i loro vizi, debolezze, dolori, gioie, piccolezze. Vittime e carnefici. Il cimitero di Spoon Rivers, prima con Edgar Lee masters e poi con Fabrizio De Andrè, diventa un luogo della memoria e dunque luogo di vita. Luogo senza alcuna finzione, né maschera, luogo vivo ed eterno: per un matto, un ottico, un nano, un malato di cuore, per il suonatore Jones, per un eroe morto, e per tanti altri, per tutti quelli che dormono dormono sulla collina.
I frammenti di Fabrizio De Andrè, riuniti in un corpo solo attraverso l’amore, divengono così religione, nel senso proprio, cioè comunione, comunità. La nostra vera comunità.
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Colonna sonora di Marco Piras
 

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