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Il paese clandestino - Antonio Strinna - Arkadia editore
 
Diario
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LA VALLE DEI MULINI SAN LORENZO - OSILO - RACCONTO POPOLARE

E già, mi sono preso un bel po' di spazio per farmi il nido! E che nido, direste voi stessi arrivando qui, abbracciato come sono al grembo discreto e accogliente della natura! Incastonato fra le colline di Osilo e il Golfo dell'Asinara, mi estendo lungo una valle silenziosa per quasi cinque chilometri.
Noto come “La Valle dei mulini”, ero abitato fino agli anni '50 quasi unicamente da mugnai, contavo allora e da diversi secoli ben 36 mulini idraulici, per mezzo dei quali riuscivo a macinare svariate tonnellate di frumento e a fornire dell'ottima farina ad Osilo e ai paesi vicini, oltre che agli abitanti della valle, in certi periodi dovevo provvedere anche a quelli di Sassari.


Poi, con l'avvento dei mulini elettrici, fra il 1950 e il 1960, i miei sono andati fatalmente in declino, uno dopo l'altro, e infine abbandonati.
Il fascino della mia valle però non è andato perduto. La natura incontaminata, i mulini fermi nel tempo, la foresta pietrificata, le acque di sorgente, le rocce a strapiombo, la chiesetta sopra il torrente, tutto ricorda le sue storie, le sue leggende, ogni luogo e ogni cosa rivela il suo volto più antico, la sua unicità suggestiva e ospitale.
La voce dei mulini è ancora lì, immersa nel silenzio della valle, in attesa che qualcuno s'incuriosisca e venga a scoprirla, a immergersi nella sua quiete e, prima che l'oblio prevalga per sempre, ascolti la sua storia.
Se volete, però, potete conoscerla fin d'ora. Ve la racconta lei stessa, per quanto è possibile in questo breve spazio. Ma per conoscerla davvero, lo sapete, dovreste venire qui e immergervi nella valle, affidarvi alle sue braccia discrete e ospitali.





LA VALLE

Sino alla fine degli anni '70 del secolo scorso, arrivati a Badde Ottula il primo rito da compiere -per bambini e ragazzi-, era quello di dissetarsi direttamente alla sorgente. La vedevi sgorgare copiosa da sotto una roccia piatta e subito diventare, sopra un letto di sabbia, un torrente sinuoso dal ritmo sereno e dal chiacchierio discreto. Sorvolato da uccelli, farfalle e libellule, e accompagnato da un filare di canne, iniziava il suo viaggio lungo la valle, prima di affidarsi al fiume Silis e infine al mare.
Il desiderio di far parte di questa natura aveva il sapore, sempre inedito, di una curiosità incontenibile. Ti inchinavi emozionato e, posate le mani per terra, avvicinavi lentamente la bocca alla sorgente, sino a penetrare dentro di lei. Dove niente potevi vedere, neanche l'acqua, sentivi però la sua freschezza e il suo lieve gorgoglio, ma tutto il resto rimaneva un segreto, da immaginare. Una volta dissetato, ti alzavi lentamente e, se qualche gregge di pecore non ti aveva preceduto, correvi a rifugiarti nel grembo accogliente e fresco della grotta che avevi a pochi metri di distanza. Dove il tempo ti sembrava immobile, come il silenzio; passato, presente e futuro nient'altro che parole vuote e inutili.
Oggi l'acqua della sorgente, insieme al suo segreto, è imprigionata dentro un deposito, dal quale prende forzatamente una nuova direzione; soltanto a un fievole rivolo è concessa la libertà di percorrere liberamente la valle, di confondersi ai suoi canti e ai suoi suoni. Si sa, l'innocenza non è per sempre, e neanche il mistero. Ma qualcosa ancora rimane in questa valle, davvero la sua bellezza sembra inesauribile. Basta guardare i giardini coltivati al riparo di rocce, assenzio e ginepro per capire come l'uomo e la natura selvaggia qui vanno d'accordo, forse più che altrove, come molti secoli fa.
Allora, tutta da immaginare era per me anche la storia di questa valle. Ora, invece, almeno qualche brandello della sua storia mi è noto. Si sa, infatti, che a Badde Ottula sorgeva anticamente un villaggio denominato Gutoy o Villa Gucey, che apparteneva alla curatoria di Montes. Nessuna data certa si conosce a riguardo del suo primo insediamento, sappiamo soltanto che nel 1378 era già diroccata, abitata da un silenzio che la dominava incontrastato. Segno che gli abitanti avevano abbandonato il sito e si erano trasferiti altrove, verosimilmente più a valle, seguendo il corso del torrente. A causa di qualche pestilenza o per seguire un nuovo interesse esistenziale?
Dunque, Gutoy rinasce e diventa San Lorenzo, una sequenza sempre più affollata di mulini idraulici, in grado di sfruttare la forza naturale delle acque. Acque che non perdono la loro portata e dunque la loro forza neanche d'estate, in quanto acque non soltanto piovane, anzi prevalentemente sorgive. Il torrente, ricco e perenne, diventa così una preziosa risorsa che gli abitanti riescono a sfruttare nel migliore dei modi, con i loro mulini, oltre che con la loro laboriosa perizia di mugnai.
Nel 1742 sono presenti nella valle, come risulta dallo Stato delle anime, 73 adulti. Verso la metà del 1800 l'Angius registra che nella chiesa di San Lorenzo si radunavano le famiglie dei 25 e più mulini presenti nella valle.

I MULINI

La storia continua raccontandoci che la presenza dei mulini idraulici in territorio di Osilo è segnalata già nel XII secolo. Risulta che nel 1878 a San Lorenzo se ne contavano 34, tutti disposti in fila indiana, distanti fra loro anche più di 100 metri. E' un dato riscontrato con l'imposizione della tassa sul macinato, dopo l'applicazione dei contatori. Il villaggio si distende ormai per più di tre chilometri.
Ma nel secondo dopoguerra, con l'avvento dei mulini elettrici a Sassari, Osilo, Sorso e Sennori, i mulini idraulici di San Lorenzo perdono rapidamente importanza e l'utilizzo diventa sempre minore. Il progresso industriale segna fatalmente e definitivamente il declino dei mulini e dei mugnai di San Lorenzo.
Nel 1970 non c'è più nella valle nessuna famiglia che si mantenga con l'attività del mulino. Inevitabile conseguenza sarà lo spopolamento, sempre più drammatico, verso la città, i paesi vicini e anche verso la penisola e l'estero. Il canonico Francesco Liperi Tolu, nel suo libro “Osilo”, pubblicato nel 1913, riporta i dati del censimento effettuato nel 1911, dal quale risulta che nella valle sono presenti 430 abitanti e 36 mulini.
Oggi, a San Lorenzo, si contano circa 100 abitanti e nessuno esercita il mestiere di mugnaio. Una memoria ridotta e menomata, ma ancora viva, che testimonia una storia ugualmente ridotta e menomata perché solo in parte conosciuta.

LA CHIESA

La nostra storia non potrebbe certo privarci di notizie relative alla chiesa di San Lorenzo . La sua esistenza ci viene raccontata con documenti risalenti al 1688, ma non si conosce il periodo preciso di costruzione, sicuramente più antico. La chiesa è situata lungo la strada principale, la stessa che collega San Lorenzo con Santa Vittoria e Osilo, da una parte, e Sennori, Sorso e il mare, dall'altra.
Gli elementi architettonici e l'iconografia della chiesa sono di ispirazione tardogotica. Il suo presbiterio è posto sul ciglio di una rupe calcarea che si affaccia sul torrente sottostante e in particolare su uno slargo dello stesso, chiamato Su poiu de s'istrampu. La roccia mostra chiaramente, su entrambi i versanti, le sue origini e la sua formazione più antica: quella di una foresta pietrificata. Segni naturali e suggestivi ornamenti di due piccole grotte, poste ai lati opposti.
La chiesa è suddivisa in quattro campate, una delle quali è il presbiterio. Il lato più lungo misura 12 metri, mentre la larghezza varia da 6 a 7 metri circa. Sono presenti due cappelle laterali e sul lato nord -accanto al presbiterio-, le annesse sacrestia e antisacrestia. Il santo è venerato nella valle in modo particolare. Si avverte la sua presenza come fosse uno della famiglia, rassicurante e insieme confidenziale.

LA LEGGENDA DEL SANTO PROTETTORE

Come tante volte accade nelle vicende umane, quando non ci sono notizie precise, la storia finisce per cedere fatalmente il passo alla leggenda. Così, di fronte all'interrogativo inevaso sul perché il villaggio chiamato Gutoy si sia trasferito più a valle, assumendo il nome di San Lorenzo, la leggenda si è preso l'incarico di riempire uno spazio che non poteva rimanere più vuoto, e per essere accolta più favorevolmente possibile lo ha fatto con accattivanti suggestioni, così accattivanti da lasciare comunque il segno, certo non nelle pagine della storia ma in quelle dei cuori orgogliosi dei mugnai, fin qui dalle origini oscure.
Si sa, i depositari delle leggende sono sempre i nostri progenitori, infine i nonni e i bisnonni. Così accadeva, negli anni in cui la valle si era ormai rassegnata al suo inesorabile morire, che mio nonno materno si rifugiasse nella sua memoria più antica, quella che gli eri stata affidata dai suoi antenati più vicini. Del resto, non era forse questo l'unico sentiero, per di più sempre più sottile, con cui poteva calcolare il tempo e rimettere sulla scena i fatti che più lo avevano colpito?
Così, sospinto nei sentieri della memoria dalla cantilena del mulino e dall'intrigante focolare, raccontò più volte in mia presenza di come il santo fosse apparso in sogno a un giovane pastore mentre pascolava il suo gregge in prossimità della valle allora del tutto deserta. Tra il continuo belare delle pecore e l'intimità della solitudine, quel pomeriggio il pastorello si era addormentato sotto l'unico pianta esistente in quel luogo, una quercia pluricentenaria sopravvissuta a molti incendi.
Ed ecco che, in sogno, san Lorenzo appare al ragazzo e gli dice: “E' davvero strano, figlio mio, che ti accontenti di fare il pastore in questo luogo così povero e malinconico. Non sei forse giovane e forte come appari?”
Il pastore, incredulo e anche impaurito, dapprima si limitò ad annuire. Senza neppure chiede il nome del suo interlocutore.
“Dunque, tu non sai”, riprese il santo che ancora non si era presentato “non sai che questa valle nasconde ben altra ricchezza che questo misero pascolo. Dio te la offre e tu potresti sfruttarla. E con te, e dopo di te, anche moltissimi altri”.
Il pastore ascoltava come se il tempo si fosse fermato, senza alcuna fretta di conoscere la conclusione. Anche se la curiosità non gli mancava, brillava inquieta nei suoi occhi.
“Vedi, figliolo, ci sono qui due grandi sorgenti, non molto lontane fra loro, che alimentano altrettanti torrenti”, riprese il santo. “Questi due corsi d'acqua si congiungono più avanti, quando anche la valle diventa una sola. Ciò che a te sfugge, così anche a tutto il villaggio, è che l'acqua di questo torrente -la sua perenne vitalità-, sarebbe capace di far funzionare molti mulini, uno dopo l'altro”.
Prosegue il santo: “Sei mai stato in pellegrinaggio a Santa Maria 'e Scalas? Credo proprio di no. Altrimenti, avresti visto i mulini che si trovano nelle vicinanze. Questo è il momento di andarci, magari accompagnato da qualche parente o amico. Dopo aver onorato la Madonna, andrai a vedere i mulini. Lì potrai apprendere l'arte del mugnaio e come si costruisce un mulino. Troverai anche chi potrà aiutarti a costruirlo”.
Avrebbe voluto chiedere spiegazioni, il giovane pastore, e fare obiezioni, ma la sua bocca sembrava chiusa da sempre.
“Lo so, appena sapranno del tuo progetto”, riprese il santo “molti ti guarderanno sospettosi e non esiteranno a chiederti se sei ancora sano di mente. Ma poi vedrai che saranno i primi a ricredersi e a seguirti. Devi avere fiducia in Dio, figliolo, e nel suo servo Lorenzo. E intanto inizia a coltivare grano e orzo, tantissimo grano e orzo. Stai pure sicuro che il tuo mulino riuscirà a macinare tutto il tuo grano e il tuo orzo; anzi, con il passare del tempo, persino dai villaggi vicini verranno a macinare le loro granaglie. Otterrai dell'ottima farina, bianchissima, come forse non l'hai mai vista. Farina che farà del pane straordinario. In breve tempo vedrai che l'acqua farà sorgere qui una nuova e abbondante ricchezza che durerà per molti secoli”.
Il santo era poi svanito insieme al sogno. La realtà delle pecore, dei pascoli frugali e della desolazione diffusa ovunque avrebbero cancellato ogni traccia di quel sogno così insolito? O era, nonostante il giovane pastore non avesse mai visto un mulino, ineluttabile profezia? A parere del nonno, doveva decidere, in ogni caso, la fede. Questa fragile, eppure determinante, volontà che da sempre illumina l'uomo e, in qualche modo, lo sospinge nel suo cammino. Certo è che il giovane pastore, malgrado ogni sorta di dubbio, non ha osato opporsi al fuoco della sua fede, alimentato com'era da san Lorenzo, misteriosamente.
Del resto, non osò opporsi neppure Mosè, quando sul monte Oreb -il monte di Dio-, fu comandato dal Signore di lasciare la sua famiglia, il suo gregge e la sua terra, per andare a liberare il suo popolo dalla schiavitù dell'Egitto, arrischiando così il suo sogno e quello di Israele. Il pastore, anche qui, non avrebbe potuto che corrispondere alla sua fede, come a un comando, e quello di san Lorenzo era in fondo un comando, rivolto a lui e poi a tutto il villaggio. E anche questo comando non era privo di mistero.
Era una enorme responsabilità, disse mio nonno, dalla quale sarebbe dipeso il futuro della valle e di quanti l'avrebbero potuta abitare, coltivando una vastissima, sia pure ancora invisibile, ricchezza.
Il pastore, dopo aver ceduto il suo gregge, aveva seguito fedelmente la speranza che aveva suscitato in lui san lorenzo. Il mulino. E di mulini, come previsto dal santo -dapprima rudimentali, poi sempre più attrezzati-, lungo il torrente ne furono costruiti a decine, sino ad arrivare a 36, insieme a due gualchiere.
Visto il miracolo che si era realizzato nella valle, sotto i loro occhi, e ancora continuava a realizzarsi, gli abitanti della valle non esitarono manifestare la loro profonda riconoscenza. Decisero, come fossero una sola voce, che da quel giorno in poi la valle sarebbe stata chiamata San Lorenzo e, nel punto in cui tutto confluisce e naturalmente si unisce, avrebbero costruito una chiesa dedicata al loro santo protettore.
Qualche tempo dopo, una chiesa, benché modesta, fu costruita al centro della valle, sopra un'altissima rupe, sotto la quale scorreva l'energia vitale -il torrente-, che faceva funzionare tutti i mulini.

Oltre a questa, altre leggende corrono lungo la valle. Nella discrezione del silenzio e visibili soltanto a chi le vuole conoscere.

SU FURRU DE GIOLZIA E CONCA 'E OMINE

Proprio quando la valle si apre silenziosa, nello splendore della sua natura, ecco comparire allo sguardo del turista -proveniente da Osilo-, due figure in apparenza insignificanti. Sono su furru de Giolzia, appena sopra la strada, e Conca 'e omine (Testa d'uomo), sul versante opposto della valle. Su furru è un forno ricavato dentro una roccia cava e allungata, nella quale Giorzia era solito cuocere le sue focacce, alcune delle quali sono ancora visibili nelle vicinanze, immerse negli uliveti. Non per niente questo luogo si chiama ancora oggi sas covazzas, le focacce. E rimane anche una domus de janas, in cima a Conca 'e omine, a ricordare che qualcuno lassù a vissuto, di sicuro, in un tempo preciso.
Qual è l'origine di questa leggenda? A quale tempo risale? Soprattutto, c'è forse un fondo di verità? Ovviamente, noi adulti non abbiamo alcuna informazione al riguardo. Ma quando io ero bambino e abitavo questa valle, le notizie al riguardo non mi mancavano. Poi, man mano che crescevo, ho finito per dimenticare tutto. Mi è rimasta soltanto la leggenda, immutabile, in tutto il suo candore, in tutta la sua innocenza. E così ogni volta che passo davanti a su furru de Giolzia e a Conca 'e omine, potrei giurarlo, ho l'impressione di attraversare il mistero di questa leggenda.

IL CANTO

“Chissà, forse la poesia ci potrebbe ancora salvare...” fece mio nonno con un sorriso innocente e insieme malinconico; e intanto mi guardava come cercasse qualcosa nei miei occhi. Una luce, una speranza? Qualcosa a cui aggrapparsi per non naufragare?
Continuò, pensando al declino della valle e dei suoi mugnai: “Magari fossimo tutti dei cantadores, che cantano le storie degli uomini credendo al potere della poesia, senza modificare niente. Se ognuno di noi fosse un cantadore riusciremmo a salvarci a vicenda, a non cadere sotto la scure del tempo, così anche la storia di questa valle potrebbe ancora salvarsi, non conoscerebbe la fine che ormai è nel suo destino”.
Forse lo sarei stato io? Credo che il nonno se lo augurasse, anzi ci credesse, almeno a modo mio, secondo natura. Salvare la memoria di una creatura, morta nella culla quando aveva dieci mesi di vita, e insieme quella della valle, è un prodigio senza tempo, del quale mio nonno oggi andrebbe fiero. Fiero che per quel nipotino che ha ascoltato la sua sua voce, la sua irriducibile preghiera.


BADDE LONTANA (*)

Sutta su chelu de fizu meu -Sotto il cielo di mio figlio (dove lui ora si trova)
como si cantat finza tres dies: -adesso si canta per tre giorni:
Badde lontana, badde Larentu -Valle lontana, valle di San Lorenzo,
solu deo piango pensende a tie. -soltanto io piango pensando a te.

Mortu mi l'hasa chena piedade -Me l'hai ucciso senza pietà
cun d'una rocca furada a Deus: -con una roccia rubata a Dio:
Badde lontana, badde Larentu -Valle lontana, valle di San Lorenzo,
comente fatto a ti perdonare? -come faccio a perdonarti?

Zente allegra e bella festa, -Gente allegra e festa bella,
poetes in donzi domo. -poeti in ogni casa.
Cherzo cantare, cherzo pregare -Voglio cantare, voglio pregare
ma non m'ascurtada su coro meu. -ma il cuore non mi ascolta.

Dami sa manu, Santu Larentu, -Dammi la mano, san Lorenzo,
deo so gherrende intro a mie. -io sto combattendo dentro di me.
Dami sa manu, mi so perdende, -Dammi la mano, mi sto perdendo,
fàghemi isperare umpare a tie. -fammi sperare insieme a te.

(*)
Testo trascritto in base alla pronuncia, come cantato normalmente.
Anno di composizione: 1972
Anno di incisione: 1974, Bertas.
Compositori: Antonio Strinna e Antonio Costa.

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Colonna sonora di Marco Piras
 

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