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Il paese clandestino - Antonio Strinna - Arkadia editore
 
Diario
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UN PAESE, LA SUA VOCE E IL SUO RACCONTO CON TUTTI I SUOI SEGRETI

Ci sono luoghi che non smettono mai di raccontare la loro storia, le loro alterne vicende, soprattutto quando si tratta di luoghi dove uomini e donne sono passati, a lungo, con le loro esistenze: godendo dei loro frutti più preziosi, quelli maturati nella fatica e quelli maturati nella gioia, con il lavoro, la musica e il ballo. Montebello, una volta Montegranatico, rappresenta di sicuro tutto questo. In un tempo che non è passato invano.

Con il passare degli anni, infatti, qui si sono depositate le tracce di tante persone, i passi e i respiri, persino fatali incontri d'amore. Dopo le più comuni granaglie -frumento, orzo e avena-, il tempo e la storia hanno preso qui a correre al ritmo delle feste e del ballo, naturale controcanto alle fatiche quotidiane, quelli di pastori, contadini, mugnai, spaccapietre, fabbri, calzolai, maniscalchi, tessitrici, e di tanti altri silenziosi lavoratori.

Già da qualche anno i locali del Monte Granatico erano state trasformati in sala da ballo, motivo per cui il suo nome era diventato Montebello. Di sale ce n'erano altre tre o quattro, tutte affollate, sempre in gara fra loro a chi riusciva ad esaltare di più il carnevale e specialmente lo spirito del ballo.
Tutti ad Osilo sapevano che a Montebello li attendeva un'atmosfera vibrante, passionale, in fondo creata da loro stessi, e soprattutto il libero tepore dei corpi che qui il ballo esaltava, svincolandoli dalla grigia realtà quotidiana. Sapevano anche che sarebbe bastata una maschera per trasformare finalmente in godimento sfrenato le ferite e i dolori causati dalla fatica quotidiana.




Quasi tutte le donne, risolute a divertirsi, vi andavano mascherate con il domino, oppure con un copriletto di seta o un grande lenzuolo bianco, ricamato, fissato alla vita, curiosamente avvolto in tutto il corpo. Oppure, più semplicemente, avevano una seconda gonna, lunga e nera, sollevata posteriormente e ripiegata sul capo. Le donne, difese dalla loro maschera, esercitavano il diritto -trasformato in potere-, riservato a loro soltanto, d'invitare gli uomini al ballo. Sceglierli, illuderli, disilluderli, ignorarli, persino dileggiarli, tutto era consentito, a loro; finalmente, in un gioco non gestito dai maschi, qui ridotti a un ruolo marginale, da sottomessi. In fondo, l'imprevisto e il fascino stavano proprio qui, dentro una liberatoria seduzione alimentata dall'inversione dei ruoli tradizionali, quelli praticati nella famiglia.
Dunque, l'uomo doveva limitarsi ad aspettare le mosse delle mascherine e talvolta, se la fortuna non era dalla sua, a fare da tappezzeria. Terminato il ballo, il fortunato ballerino doveva invitare la donna al buffet, necessariamente. Anche gli uomini talvolta si mascheravano, quelli dai tratti e dai movimenti delicati, proprio come le donne. Agli uomini accadeva così di ballare con altri uomini che, protetti dalle maschere, si divertivano -sul serio o per gioco-, a godere di un'ambigua sessualità che qui era comunque permessa, considerato che il ballo aveva in sé la sua dose di trasgressione, quanto più uomini e donne sapevano inventare se stessi o di se stessi liberarsi. Trasgressione sollecitata e alimentata da qualche fuoco segreto.
A volte, come ognuno di noi sa, certe coincidenze non sono affatto casuali. Una di queste, allora, era sicuramente Celestino Fogu. Proprio così si chiamava, Fogu, cioè Fuoco. Per la verità, un fuoco fisicamente piccolo. L'uomo era infatti di statura minuta, piuttosto modesta. E anche lo strumento che lui suonava, l'organetto diatonico, era ugualmente piccolo. Ma il suo fuoco artistico aveva tutt'altra misura, con il suo dinamismo dirompente sprigionava una forza capace di tenere insieme, ad ogni nota, il corpo e lo spirito. E ciò che accadeva a lui, mentre suonava in una sala da ballo o in una piazza, accadeva anche a chiunque si affidava alla sua musica, alla sua leggerezza, e si lasciava prendere dalla sua comicità. Insomma, altro che semplice coincidenza, sembrava un fuoco mandato dal cielo, da qualche provvidenza.
Così, dentro questi uomini, come per magia abitati dal ballo, il cielo e la terra sembravano attratti costantemente. Del resto, non era forse uno dei più celebri cantori sardi e suonatori di organetto della prima metà del Novecento? Zelestinu, nome con il quale era noto in molti centri del Logudoro e del Sassarese, era nato ad Osilo nel 1882. Aveva iniziato a lavorare giovanissimo come muratore, attività a cui affiancò molto presto la sua passione per l’organetto, che ben presto iniziò a fruttarti una grande popolarità fin dal primo dopoguerra.
Dopo gli anni del lutto e del silenzio, il paese si era ripreso le sue feste di sempre, persino con un entusiasmo maggiore. Così la capacità di Zelestinu di suonare uno strumento divenne sempre più apprezzata. Anche perché erano pochi allora quelli che possedevano un organetto diatonico, ancora meno erano i suonatori capaci di animare i balli con il canto e la musica insieme. A boghe e sonette, si diceva. Come fossero due strumenti inseparabili, la voce e l'organetto.
Ovunque era considerato l’animatore dei balli per eccellenza.
Le richieste erano davvero tante, per questo non sempre riusciva ad esaudirle. Ma più che le richieste, ciò che gli dava maggior soddisfazione era vedere cambiare improvvisamente lo stato d'animo della gente. Anche i loro gesti non erano più gli stessi, appena iniziare a suonare e a cantare, né i loro passi. Appariva trasformata, quasi fosse impazzita, la gente, presa dentro un vortice di leggerezza e di entusiasmo collettivo.
Un paese intero, insieme a lui, viveva qualcosa di speciale grazie alla musica, a un semplice organetto e a una voce che non conosceva tristezza, che anzi faceva di tutto per tenerla lontana. Accorrevano tutti, giovani e anziani, donne nubili e sposate, persino le vedove. All'improvviso il lutto smetteva di essere quell'enorme macigno che ogni giorno schiacciava l'esistenza umana. E anche la solitudine, specialmente quella del pastore, smetteva di porre domande scomode; soprattutto, non chiedeva più se davvero la vita aveva un senso. La realtà, spesso cinica e mostruosa, non appariva più immodificabile; anzi, d'improvviso, si rivelava persino addomesticabile.
E poi era anche un attore comico, naturalmente... La comicità delle sue smorfie e le mosse del corpo erano sufficienti a mettere in moto l'allegria, la più forte, la più coinvolgente. Le sue canzoni satiriche e allusive facevano saltare uomini e donne, come tanti bambini, senza più pesi addosso, e senza ombre nel cuore. Anche per questo motivo, al termine della guerra, si era riacceso più forte che mai il bisogno di musica e di intrattenimento, nelle grandi e nelle piccole feste, collettive e famigliari, non soltanto in occasione del carnevale.
A Celestino, proprio a lui, toccava il compito di ridare alla gente un po' di allegria. E lui sapeva bene quanto ne aveva bisogno. Perciò, nel secondo dopoguerra, non esitava ad assecondare anche le nuove mode, quelle che più attraevano la gente, specialmente i giovani, così eseguiva molti brani al ritmo di valzer, mazurka, polka. Naturalmente, oltre all'organetto, doveva suonare la fisarmonica, che era piuttosto grande, dietro la quale il suo corpo quasi scompariva.
Questo era anche il segno che il tempo stava proprio cambiando, stava per voltargli le spalle, spietatamente. La sua decadenza, insieme al ballo sardo tradizionale, appariva ormai inesorabile. E' vero, la guerra appariva ormai lontana. Era arrivato il momento di rialzarsi e di riprendere il cammino, ora più che mai bisognava tirare fuori la vita anche da dentro le scarpe e da sotto le pietre... Ma la strada era cambiata, non poteva essere più la stessa.
Era cambiata anche per i suoi amici cantadores, persino per i più famosi, che spesso aveva accompagnato con il suo organetto. E tuttavia si sentiva fortunato, soprattutto appena gli tornava in mente e anche nel cuore la vicenda, spietata e tragica, del suo amico cantadore Gavino Delunas, con il quale si era esibito tantissime volte e aveva inciso alcune canzoni con la casa discografica Phonola. Ricordava in particolare un 78 giri nel quale avevano registrato una danza e un ballo sardo logudorese.
Da un po' di tempo, aveva l'abitudine di tenere fra le sue mani emozionate proprio quel disco, come fosse una reliquia e anche di più. Ascoltando il disco, sentiva di evocare il suo spirito, così ogni suo gesto diventava una sorta di rituale sacro, magico come la sua musica. Sì, quel disco lo aiutava a rivedeva Delunas ancora vivo, molto più che in un sogno, lo rivedeva e lo ritrovava mentre si esibivano insieme davanti a una folla sempre numerosa, in delirio; ma lo rivedeva sopratutto durante il terremoto che aveva scosso L'aquila, dove lui si era distinto eroicamente nel soccorrere gli abitanti, dopo che i suoi colleghi si erano dati alla fuga. E poi, seguendo sempre la memoria della musica, lo ricordava nel suo ultimo periodo trascorso a Roma, quando ormai era diventato apertamente antifascista, schierato e organizzato pericolosamente con i partigiani. Lo rivedeva attraverso i casuali fotogrammi che ogni volta la sua immaginazione riusciva a evocare, fra emozioni, sussulti e nostalgie. Che sapevano di passione, amore e anche di sangue.
Ascoltando i due brani incisi nel disco, gli capitava poi di rivederlo mentre era da solo, meditando la sua scelta di schierarsi contro il fascismo, oppure in compagnia degli altri 334 innocenti, tutti condannati allo stesso destino, sepolti dentro le fosse Ardeatine. I suoi pensieri, allora, come fossero presi da qualche incendio improvviso, si lasciavano devastare insieme a lui, quando tutto era ormai ineluttabile, durante quei giorni che precedettero la sua morte.
Ora il film ha uno come uno scarto, accelera, corre sempre più veloce: la spiata di un suo compagno ai tedeschi, l'irruzione violenta e l'arresto nell'appartamento dove Delunas viveva insieme ad altri due e poi la dolorosa detenzione nelle carceri di via Tasso. Nel bel mezzo, l'attentato di via Rasella. La cui storia, si sa, era stata già scritta da tempo, finale compreso. Tragicamente culminata con l'ineluttabile rappresaglia dei tedeschi. Il suo abisso è ormai davanti a lui, pronto a inghiottirlo. Dal suo passato emerge sempre più chiaramente, ormai impresso nella carne, che ancora una volta la sua fede, quella politica, era stata tradita. E anche il destino lo aveva tradito, per sempre, gli negava persino il ritorno alla sua terra, alla sua gente.
Il film sciagurato di Delunas, in compagnia del suo amico Celestino, si conclude qui, dentro una tempesta di spari, centinaia e centinaia di spari, all'insaputa del mondo. Mentre il suo corpo, insieme a quello di tante altre vittime, cade inanimato, derubato della vita e anche, per sempre, di qualunque dignità. Cade dove la vita e la morte appaiono uguali, senza alcun senso, private anche della dignità.
Poi il silenzio. Quello terribile, della coscienza e della ragione. E anche Delunas, ora, non può fare a meno di tacere.
Ma Celestino non si è mai arreso a tutto questo silenzio. A differenza degli altri, pensava fra sé, Delunas non era caduto miseramente -per sempre-, sotto i colpi dei fucili, mentre già lo opprimeva il terrore. Lui era caduto cantando, come tante altre volte gli era successo nella vita, cantando tutti quei gesti, tutti quei momenti di vita che vale la pena ricordare e salvare, anche dopo l'addio al nostro corpo.
Ecco, nella parabola discendente di Celestino c'era soprattutto questo canto, che rendeva meno amara la sua inevitabile conclusione. Da questa e anche dalla morte, così credeva lui, questo canto lo avrebbe in qualche modo salvato.
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Colonna sonora di Marco Piras
 

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