Home Page
L'notizie
 
I Libri
 
La musica
Contatti
Siti Amici
Siti Amici
 
 
 
 
 
notizie
L'INVERNO DEL 1956, AD OSILO.

Quella neve indimenticabile, che per un mese ha deciso e fatto la storia di un paese.

Dal romanzo “Badde lontana”, Edizioni Gallizzi,
di Antonio Strinna

D'improvviso, in quei primi giorni di febbraio del '56, sembrava che il tempo si volesse preoccupare soltanto delle ferite della collina, non di quelle, doloranti, degli spaccapietre. Dava persino l'impressione che si divertisse ad ostacolare ogni sforzo, lanciando sugli operai spade affilate di freddo, vento, pioggia, gelo. E pensare che il tempo aveva fatto pregustare, per quasi tutto gennaio, uno spicchio di primavera: i mandorli erano fioriti, la campagna un intenso mare verde, il bestiame sempre sazio. Pastori, contadini, vignaioli, tutti respiravamo ottimismo. Invece, doveva ancora arrivare, l'inverno. Se almeno si fosse limitato a rivestire, per qualche giorno, dolcemente di bianco, le cime ventose del Tuffudesu, gli osilesi lo avrebbero persino ringraziato. Altro che maledizioni, piovute poi insieme a quelle interminabili nevicate.
La neve, dapprima accolta allegramente, era arrivata con ogni abbondanza, e per trattenersi a lungo: dal 2 sino al 28 di febbraio. I vecchi riandavano con la memoria sino al 1891 per ritrovare una permanenza abbastanza lunga, se non altrettanto. Ma in fondo, quell'inverno del 1891 la neve durò poco più di una settimana. Stavolta, davvero senza tregua; costringeva il paese, immobile, ad una rassegnata solitudine. E mentre le ferite degli uomini, provati dall'impotenza, dall'imprevedibile valzer invernale -ora prometteva il sole, subito dopo sputava una bufera infernale-, divenivano sempre più profonde, insostenibili, le ferite della collina invece guarivano, guarivano con il candido balsamo della neve, fino a svanire del tutto. La cava era completamente scomparsa: i frantoi e i silos sembravano alberi, sia pure inconsueti. Così, la campagna, indivisa, forte di un silenzio profondo e senza confini, sembrava riaffermare, da qualunque parte la si guardasse, il suo senso primordiale. Come se un'antica verginità, inviolata, le fosse stata restituita.
Quella prima notte, con il suo silenzio inesorabile, un grandissimo manto di neve avanzava sopra il paese; tutto e tutti erano ormai avviati verso il limbo del sonno, anche quelli che, nelle sale da ballo, non intendevano ancora arrendersi. Terminate le danze, tornando alla propria casa, la neve -lei sì instancabile-, continuava la sua. Era una danza che si estendeva sulle tre cime del Tuffudesu, nelle piane e nelle valli sottostanti, sopra i tetti e nelle vie. Vie sempre più esigue, insidiose, quasi irreali. Fortuna che la stanchezza, frammista a una trasognata incredulità, risparmiava pietosamente a tutti, tornando alle proprie abitazioni, di essere coscienti di quell'inconsueto biancore notturno, di quell'imprevedibile, minaccioso danzare.

Con la luce del giorno, restituiti alla consapevolezza della nuova realtà, l'esercito degli spaccapietre, invece di procedere fra le viscere della collina, prese a scavare, una via dopo l'altra, ogni sorta di trincea che potesse rendere il paese ancora trafficabile. Anche nei giorni successivi, le strade del paese erano ridotte a dei gelidi, pericolosi sentieri, malgrado l'esercito degli spalatori, mentre il cielo incombeva perennemente con il suo sinistro grigiore.
La vita, nel paese e nelle campagne, era limitata alla sola sopravvivenza. Salvarsi e, per quanto possibile, salvare anche il bestiame, era già una grande vittoria. Le forze attive erano quasi tutte impegnate in questa insolita guerra, improvvisa e imprevedibile, per la sopravvivenza appunto. Generi di prima necessità, soprattutto farina, carne, indumenti, legna e carbone, occorreva trasportare lungo piste ripidissime e scivolose (circa tre chilometri quasi impraticabili), dalla stazione ferroviaria sino agli oltre seicento metri dell'abitato. Come non mai il paese appariva scolpito, incolpevolmente, in una immobilità antica e sventurata.
Soltanto il vino, in mezzo a tanta desolazione, trovava il modo di difendere quei coraggiosi spalatori, quasi sepolti fra quelle altissime trincee. Un vino abbondante e opportuno come l'aria. Così agli spalatori, talvolta sotto un sole effimero, più spesso sorvegliati dallo sguardo gelido e impassibile delle stallattiti (come spade di ghiaccio ornavano le grondaie) non rimaneva che riscaldarsi al solo calore possibile: quello del vino. Un vino che certe volte, ormai padrone del corpo e della mente, agitava quegli uomini come dentro un vulcano; del resto, era l'unico viatico per poter attraversare quel terribile inverno.

Intanto, i tetti delle case, talvolta precari e comunque non abituati a carichi ulteriori, già provati dalle pietre che da sempre contendevano le tegole all'impeto del vento, si rivelavano meno resistenti dei nostri generosi spalatori. Così, dopo qualche eloquente avvisaglia -rumori, infiltrazioni, cedimenti-, ecco arrivare veri e propri crolli, sino a costringere le famiglie a lasciare la propria casa. Per di più, costretti a trovare un alloggio di fortuna e a trasportare mobili e ogni altra cosa lungo ripidissime piste, che soltanto per l'abitudine continuavano a chiamare vie.
Febbraio lasciava il passo a marzo, e questo cambio di testimone, benchè invenzione degli uomini, già sembrava significare anche un passaggio concreto. Almeno era di buon auspicio. D'altronde, gli ultimi giorni di febbraio avevano attenuato un poco il loro gelido abbraccio, benchè ancora permanesse in tutta la sua minacciosa imponenza. E tuttavia, tutto avveniva, come all'inizio, nell'incertezza, fra sguardi increduli, avvezzi ogni giorno all'illusione come alla delusione. Qualcuno, con l'euforia di un ragazzo, disse di vedere il mondo come fosse la prima volta. In fondo, congedato l'inverno, anche la vita ci sorprese con uno sguardo nuovo, profondamente diverso.

Appagato anche l'ultimo sussulto di quel terribile inverno, il Tuffudesu rivelò nuovamente le ferite che per un mese erano scomparse, come guarite. Gli spalatori, ridiventati spaccapietre e minatori, ripresero l'attacco alla collina: strani soldati, certo, ma anche qui alle prese con un eguale conflitto di sopravvivenza. Anzi, agli occhi del bambino che ne fu testimone, la fatica e il dolore di quegli operai apparvero così grandi (e lo erano davvero) che non potè fare a meno di chiedersi perchè mai costasse tanto anche quel modesto, semplice esistere.


Stampa questa pagina Stampa questo Articolo