Sono poeti che, con le loro opere, scrivono della loro terra: la Sardegna. Raccontano -con amore e attenzione- di luoghi, personaggi, storie, incontri e situazioni.
“POETI IN GIRO PER LA SARDEGNA”
Rivista SONOS E CONTOS.
Antonio Fiori, Luisella Pisottu, Giovanni Nuscis, Antonello Bazzu, Savina Dolores Massa e Salvatore Pintore.
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SAN PIETRO DI SORRES - BORUTTA (SS)
Antonio Fiori
Una gita scolastica a San Pietro di Sorres, con visita guidata all’abbazia e i genitori al seguito. Quel giorno, nel silenzio misterioso dell'abbazia, i nostri sguardi non riuscivano a incrociarsi, tradendo timidezze, fedi incerte o chissà quali colpe. Almeno così pensavo in quella mia impropria meditazione. E così, molti anni fa, nacque questa poesia.
Da concrete esperienze vengono dunque anche i versi che inclinano alla dimensione spirituale o tentano di trarre precarie conclusioni etiche. Fondamentali si rivelano spesso i luoghi d’origine della poesia: il crocevia di un appuntamento amoroso, l’androne di un palazzo d’epoca, il giardino della propria infanzia; ma anche, senza apparente suggestione: l’ufficio dove si lavora, l’interno di un’automobile, una brutta stazione ferroviaria.
In questo caso la poesia ha il suo luogo di nascita nella navata dell'abbazia di San Pietro di Sorres e nei volti circostanti, in un interno ben definito e in un particolare momento. Ed uscendo alla luce, le parole mancano alla poesia, la meditazione continua per altre vie.
SORRES
Perché indugiamo nella navata della cattedrale
ora da noi violata, mai stanchi di guardare
le bifore, l’abside, l’altare.
Perché ci trinceriamo dietro la nostra sicurezza
di genitori invece tentennanti man mano
che si approssima la meta.
Perché, come rapiti, sembriamo domandarci
chi ebbe la vocazione travolgente
se il monaco ospitante
o lo sposo di allora,
sicuro ed impaziente.
Uscendo non ci diciamo niente.
Antonio FIORI, Sotto mentite spoglie, Manni, 2002.
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BOSA
Luisella Pisottu
Mi fermo, staziono in silenzio,
allungherei radici
sui resti dell’antica torre.
Bosa sorride
adagiata sul colle di euforbie;
lo sguardo plana
su tappeti di tegole rosse,
Bosa sonnecchia.
Le barche sono sentinelle:
su due gomiti d’acqua,
il Temo si sveglia sul mare.
Mi attardo,
Claudia mi chiama.
Porge, dolcissima, un fiore
al primo giorno di primavera .
Dal volume “ In vortice obliquo” di Luisella Pisottu – Edizioni Il Filo - Roma – 2007
Una semplice passeggiata insieme alla mia famiglia, per rendere omaggio ad una bellissima giornata primaverile: a un cielo terso, al tepore del mattino, ai profumi della natura in pieno risveglio. Era il 21 marzo 2005.
Bosa è città mistica, che grazie al Temo, al centro storico nei cui vicoli dai bei palazzi sette-ottocenteschi adoro addentrarmi, non manca mai di darmi nuovi spunti di scrittura. Così è nata “Sono un gabbiano”, durante il tragitto, a piedi, tra la chiesa di San Pietro extramuros e Bosa, seguendo il placido percorso tra gli orti e i frutteti della campagna bosana e il Lungotemo, adagiato sul quartiere Sas Conzas.
Ad ogni visita la città sa regalarmi nuovi versi.
La poesia “Bosa” è nata invece sul Castello Malaspina (o Serravalle), dopo aver visitato la suggestiva Cappella di Nostra Signora de Sos Regnos Altos (o Sant’Andrea) arricchita all’interno da bellissimi affreschi suggeriti dalla spiritualità francescana.
All'esterno della chiesa, un giallo tappeto di acetoselle faceva risaltare fortemente il forte connubio tra arte e natura, monumenti e storia, il tutto immerso in una atmosfera di grande pace che questa misteriosa città sa regalare.
Quando dal castello distendi lo sguardo sopra Bosa, tutto si rivela affascinante. Insieme allo stupore, muta di continuo la contemplazione di quel panorama aspro di roccia basaltica, ma anche accogliente lungo la piana sottostante, con il fiume che stempera le ambizioni della cinta muraria e del castello.
Ecco, quel contrasto così forte, come per una concentrazione di colori intensi su una tavolozza, mi ha portato alla necessità di affidare alla pagina le mie impressioni.
Non avendo stranamente carta su cui scrivere, né penna, ho pensato di memorizzare il testo della poesia sul cellulare.
La poesia è come il sogno: se non lo trattieni, fugge!
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VIAGGIANDO SULLA CARLO FELICE
Giovanni Nuscis
Quale memoria affiora in noi
dai luoghi solo in apparenza
estranei.
Di questi colli antichi
così scontati e dolci
nei millenni
ho ricordato il cuore che tuonava
della terra
fiottando nelle valli morte
e cenere
e i primi fili d’erba ho visto
ricrescere
sulle grida strozzate degli uomini
sul silenzio dei secoli.
Non dura né muore per sempre
questo sentirsi pietra tra le pietre
e lungo il dorso stanco di Sardegna
si avverte come un brivido
ogni tanto.
Poesia tratta da “Il tempo invisibile”, di Giovanni Nuscis, Book Editore, 2003.
La “Carlo Felice” è linea che sfiora, senza attraversarla, la mia storia personale e familiare: Assemini materna, Tramatza paterna e, infine, l’adottanda e altèra Sassari dove vivo da più di trent’anni, giunto dalla penisola. Questa la ragione della piccola felicità che provo, ogni volta, nel percorrerla? Come quando si rivede una persona cara, con rinnovato affetto.
Arteria, la “Carlo Felice”, dove scorre sangue e linfa; solco che taglia l’isola incidendone, marchiandone il corpo, o seminandolo di nuova vita. Vi avverto ogni volta che passo familiarità di fiati e sguardi, di invisibili e augurali presenze; e di inespiate colpe, irriscattate tare.
Quella strada senza fine, tra un capo e l’altro, non è basto né travaglio di viaggio, per me, ma gioia di ritorno, di comunione con l’origine. Nato e vissuto oltremare, sono dunque tornato tra le braccia della madre antica che attendeva.
Più che precario fratello d’uomini in carne ed ossa, di rocce e terra e acqua mi sento dunque figlio; saldamente, per derivazione d’elementi, e da esse nutrito. Salto di strati e strati di generazioni verso l’abissale, oscura origine di cui il paesaggio, soltanto, può ancora recare le tracce del millenario andirivieni di migranti, ai lati della strada. A lei, per ciò, accosto filiale la mia esistenza, d’umile e sfidante lacerto.
Un paradiso terreno si/ci attraversa e ci riposa dentro senza avvedercene. Affresco geologico di impresse, remote vicende: di cataclismi, e di transiti e di lotte; di aurore e tramonti di giorni, di vite sepolte/sbocciate nel sogno che siamo, e che si è stati.
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ORISTANO, BELLA PER POCHI.
Savina Dolores Massa
Sui musi dei palazzi padronali
la decadenza posa centrini di pizzo inamidato
con sale ocra d'arenaria e acini
d'uva passa d'oro:
gradevoli resti di lusso
per viandanti di passaggio
(il piede è pesante
se il suo cuore è straniero)
Si concedono
i gerani
al pizzo
sporgendosi ai balconi
a mostrare labbra
di carminii e rosa d'albe
in baci
di ironica esistenza.
Una torre
affonda
radici d'albero
in terra di acque mobili
con fossili di serpenti marini
e di paure di farfalle
Una via
dritta all'andata e storta al ritorno
si addormenta stordita
tra i suoi vezzi di donna
Il fantasma di un prete
si aggira ogni notte
a cavallo per piazze
ignora i lampioni
e le chiese e le case
annusa soltanto
quel buio
di canto di mare
che ha onde pesanti
di rame e ossidiana
Mio caro Strinna, questi versi li scrissi alcuni anni fa, pensandoli per Oristano e per don Peppino Murtas, intellettuale e poeta. Se ti piace puoi pure pubblicarla sulla rivista, sarebbe un onore per me. Se non la ritieni interessante cestinala, magari te ne scrivo un'altra. Volevo solo dirti che la tua e.mail era splendida, più vera di un abbraccio. Io ti ringrazio tanto per come sai comprendermi, ma così, a noi, è capitato.
Un bacio
Savina
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BIDDAS (Osidda)
Antonello Bazzu
Biddas
de dolore,
ispérdidas
in pedrarzos de murdegu
e de isciaréu,
s’arantzu de su sole, sempr’alluttu
in mesu 'e chelu, ispaccat
sas tèulas de sas betzas coberturas.
Chena pasu su ‘entu
bos ruinzat su coro
ei su ru
(neghéndesi a sa rosa)
imbóligat su tempus
e s’ispera ‘e recuíre
de fizos disterrados
in terras chena amore.
Biddas de mudigore,
balcones isfioridos
a donzi isettu,
impedrados soliános
chena rìsidos de pitzinnos,
ne ticchirrios, ne gosu de partorzas,
biddas abbandonadas
cun préideru a mesappare
e giaganu ‘etzu, ebbía
sempre a mortu su toccu ‘e sas campanas,
(galu ses, caru Frantziscu),
a ch’interrare sos malefadados
chi fattu a sa rughe
si che trazan a campusantu
raighinas e ammentos
e tempos malaíttos
de ‘innennas siccas
e tilipirches famidos
de ispigas chena ranu, ruinzadas.
Biddas de solidade,
trighinzos olvidados,
bos deghet galu però
sa fieresa ‘e su granitu,
galu sas amarguras
cun su mel’‘e s’ammentu cumassadas
allenan dei sos chercos
su piantu
in sas alturas.
ANTONELLO BAZZU
La poesia si è classificata al 2° posto al Premio Giorgio Pinna di Pozzomaggiore, edizione 2007.
Quel giorno ero andato a Osidda, il paese di mio padre, per il funerale di un mio parente. Come me, anche il prete era venuto da fuori. Niente Parroco, dunque, né Carabinieri, in paese. Le Poste sono un fragile lumicino in procinto di spegnarsi. Così, nel silenzio del funerale, tutto sapeva di morte, le vie che percorrevo sembravano sprofondare in una oscura dimenticanza, vicine all'oblio. Anche la natura, con le rocce e i boschi che circon-dano il paese, mi apparivano con un velo di tristezza, dentro un tempo sempre più cupo e remoto, e i miei ricordi non trovavano più radici, ma soltanto tristezza e smarrimento.
Osidda, Osidda -pensavo fra me-, dov'è la tua speranza? Ci sarà mai un futuro per te? O ci sarà sempre la solitudine nei occhi e nel tuo cuore, una solitudine inguaribile, sempre più nuda e profonda?
Questa domanda, come un grido non ancora rassegnato, non poteva che provenire dal paese, era la sua voce dolente. E io compresi in quei momenti che non potevo rimanere indifferente, dovevo ascoltarla: sarebbe di-ventata la mia voce. Quella voce che poi mi ha suggerito una poesia, in realtà la sua poesia: Biddas.
PAESI
a Osidda, il paese di mio padre.
Paesi
di dolore
sperduti
in pietraie di cisto
e d’asfodelo,
l’arancia del sole, nel cielo
sempre accesa, spacca
le tegole dei vecchi tetti.
Senza tregua il vento
v’arrugginisce il cuore
ed i rovi
(negandosi alla rosa)
avvolgono il tempo
e la speranza di tornare
di figli emigrati
in terre senza amore.
Paesi di silenzio,
balconi sfioriti
ad ogni attesa,
selciati soleggiati
senza sorrisi di bimbi,
né grida, né gioia di puerpere,
paesi abbandonati
con prete in comune
e sacrista vecchio, soltanto
sempre a morto i rintocchi delle campane,
(ancora sei, caro Francesco*),
a sotterrare i malfatati
che appresso alla croce
si portano nella fossa
radici e ricordi
e tempi maledetti
di vendemmie secche
e cavallette affamate
di spighe senza chicchi, arrugginite.
Paesi di solitudine,
piccoli borghi dimenticati,
ancora tuttavia vi si addice
la fierezza del granito,
ancora le amarezze
impastate al miele del ricordo
alleviano delle querce
il pianto
nelle alture.
* L'allusione è al poeta Francesco Masala.
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A OSILE
Salvatore Pintore
T’abbaido dae attesu
esiliadu in custos pensamentos
chi faghen s’orizu
a sa ‘estimenta de sos annos.
T’idene
sos ojos mios imbezados
semper abertos a sos bentos
brillende de lughes pius mannas.
Carignende unu mamentu
intro ‘e s’anima s’aberin
sos chelos de sos ammentos:
cuntentos che pitzinnos
in sa mandra de s’edade benin a ballare
cun sas dies boladas
chi no appo a ismentigare!
T’ido ancora
cuadu in sa paghe de su sero
cun s’anima brinchende
sos aidos de su coro.
E tando ti chircat
finas sa lughe de sa mente
notte e die pissighende s’Ideale
sa nostra pius antiga libertade.
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