I riti della Settimana Santa più antichi della Sardegna. Si ripetono immutati, con il fascino di una suggestiva sacralità, da oltre 400 anni.
Articolo di Antonio Strinna pubblicato nella Rivista culturale "Sonos e contos", Marzo 2008.
I RITI DELLA SETTIMANA SANTA A CASTELSARDO
Passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo.
Diversamente dal Natale, una festa la cui sacralità è stata negli ultimi decenni intaccata dal consumismo, i riti della Settimana Santa hanno invece conservato i loro profondi significati religiosi e hanno mantenuto vivo il bisogno di sacro del popolo, un bisogno che viene rivissuto -in Sardegna, soprattutto-, in forme antiche, accompagnate dal canto, e con sincera partecipazione. In particolare a Castelsardo, Cuglieri, Orosei e Santulussurgiu.
Un ruolo fondamentale, durante la Settimana Santa, viene svolto dalle confraternite di Santa Croce. Decisamente attive fin dagli inizi del XVI secolo, ma già presenti in Sardegna a partire dalla fine del XIV, le confraternite religiose si sono largamente diffuse in seguito al Concilio di Trento (1563) che, per meglio diffondere la fede, incoraggiò decisamente le iniziative dei laici. Un secolo più tardi, la confraternita di Castelsardo risultava già ben avviata, con sede nell'ormai distrutta chiesa di Santa Croce, situata nella piazzaforte di Manganella. Il verbale di un'assemblea del 15 agosto 1669, conservato negli archivi di Santa Maria, ne costituisce una sicura testimonianza.
Il repertorio musicale utilizzato durante i riti, a Castelsardo, è caratterizzato da un sistema di falsobordone, risalente alla fine del XVI secolo, che fu probabilmente importato in Sardegna da chierici colti di Roma. Strutturato a quattro voci -bassu, bogi, contra e falzittu-, il canto viene proposto monodicamente da tre cori con una tessitura di moduli melodici della tradizione vocale sarda, con derivazione dall'innologia religiosa medioevale.
Gli interpreti principali della Settimana Santa sono dodici apostoli non cantori, in tonaca bianca e incappucciati, che si fanno carico di portare i dodici Misteri. Nel contempo, sulla stessa scena agiscono altri dodici apostoli, i quali formano tre cori: Miserere, Stabat e Jesu, che rappresentano tre simboli, rispettivamente: il teschio, la pietà e il crocifisso.
La commemorazione della passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo ha inizio il primo sabato di Quaresima. Il Cristo in croce viene trasportato dai confratelli di Santa Croce dalla chiesa di Santa Maria alla cattedrale di Sant' Antonio abate; durante il percorso viene scandito il Miserere fugghi fugghiendi, così detto per l'andamento veloce della processione. Nella cattedrale il Crocifisso viene innalzato e coperto con un velo nero. Qui, dopo la Messa vespertina, viene cantato il Miserere darredu a l'altariu, o Miserere quaresimale, eseguito dai cantori della confraternita dietro l'altare, un canto a cappella che viene proposto solo nei cinque sabati di Quaresima e mai davanti all'altare. Il Crocifisso viene scoperto soltanto durante l'esecuzione solista del versetto Tibi soli.
Miserere mei, Deus, secundum magnam misericordiam tuam.
Il sabato prima della domenica delle palme il Cristo crocifisso, ancora ricoperto del velo nero, viene riportato -orizzontale, la base della croce avanti- dai confratelli nella chiesa di Santa Maria, dove rimarrà sino al mattino del Venerdì Santo. La breve Processione attraversa una piccola parte del centro storico al canto del Miserere fugghi fugghiendi, a due cori responsoriali, l'uno davanti al Crocifisso e l'altro dietro. Nella chiesa di Santa Maria il Crocifisso viene posto a terra e i cantori scelti per il Lunissanti cantano il loro primo Stabat, con il quale inizia la solenne e insieme tragica festività della Settimana Santa.
DOMENICA DELLE PALME.
Momento fondamentale della giornata è la Santa Messa e la solenne benedizione dei rami d'olivo e di palme, portati dai fedeli, nella piazza della Pianedda. Qui i fedeli cantano: Osanna al Figlio di David, osanna al Redentore. Dopo la benedizione, si forma una folta Processione, che raggiunge la Cattedrale di Sant'Antonio abate al canto del Te Deum, intonato dai confratelli. E' la vigilia del Lunissanti, il momento più importante dei riti della Settimana Santa di Castelsardo.
LUNISSANTI
I lunedi, alle sette del mattino, a partire dalla chiesa di Santa Maria, ha inizio la celebrazione del Lunissanti, che commemora la passione e morte di Gesù Cristo. Il rito più antico della Sardegna, risale a oltre 400 anni fa.
Per i confratelli castellanesi il Lunissanti è il centro dell'anno, un giorno speciale di pace e di riconciliazione.
Prima di avviarsi in processione, i confratelli s'inginocchiano davanti all'altare maggiore e qui rivolgono alla Madonna l'inno Salve Regina. La processione, che raggrupperà unitariamente i Misteri e i tre Cori (Miserere, Stabat e Jesu), si prepara in silenzio, e si aprirà con il coro del Miserere, che intona il salmo 50, con al fianco il suo corifeo, a capo scoperto, che su un piatto d'argento porta il teschio, lu cabbu di lu moltu, tenuto all'altezza della cintura.
Inizia così il rito, che procede con la consegna, da parte del sacerdote e poi del priore, degli antichi simboli ai confratelli incappucciati, che poi vengono offerti alla contemplazione dei fedeli. L'ordine dei misteri portati dagli apostoli è il seguente: il calice, il guanto, la catena con le corde, la colonna, gli strumenti di flagellazione e la corona (con tre spine incrociate).
S'impone ora sulla scena della processione il coro dello Stabat (Stabba per i castellanesi), il cui simbolo è la Pietà, cioè il busto di Cristo flagellato, il Re deriso con il mantello rosso, la corona di spina e lo scettro di canna, portato in processione. Il coro dello Stabat precede ora la seconda serie di Misteri, che prosegue con la croce, una piccola croce portata sulle spalle dall'apostolo, quindi la scala, martello e tenaglia, lancia e spugna. Segue il coro dello Jesu, che chiude la Processione, durante la quale viene appare in evidenza un piccolo Crocifisso, dal quale Gesù guarda verso il cielo, in totale offerta di sè. Dai canti dello Jesu, più che dagli altri, è possibile apprezzare la straordinaria Quintina, una quinta voce che scaturisce dalla fusione delle altre quattro.
I personaggi della Processione sono come rapiti dalla realtà terrena e trasfigurati, avvolti dal silenzio o da voci che paiono remote. Trasformati dalla bellezza inesplicabile dei canti procedono in un altrove senza tempo che finisce per governarli e dominare i loro gesti; i portatori dei Misteri, proprio come i Misteri, sono essi medesimi oggetti della Passione sino a sentire interiormente, e nel proprio corpo, la violenza e il dolore di un dramma ancora in atto. I canti, dunque, più che la colonna sonora della Passione, sono la voce viva della carne e dello spirito; così il Miserere si compie vivendo l'annientamento totale, insieme al senso di redenzione e di rimorso. Lo Stabat Mater fa rivivere il dolore della Madre di Cristo e lo Jesu affonda il suo sentimento nel cuore sanguinante della Passione. Dopo aver camminato in processione fra le viuzze del centro storico, dentro un'atmosfera irreale, in un silenzio interrotto soltanto dai tre cori -Miserere, Stabat e Jesu-, si conclude al bastione la prima parte del Lunissanti, per riprendere piu tardi nella Basilica di Santa Maria di Tergu. Questa antichissima chiesa era un tempo intitolata a Maria Rosa di Gerico, titolo di origine bizantina. Fu la più importante abbazia in Sardegna dei monaci benedettini di Montecassino.
Qui la commemorazione riprende con i Misteri e i Simboli dei tre cori che vengono consegnati nelle mani del sacerdote, il quale dopo averli fatto baciare ai confratelli li depone davanti all'altare e li presenta, segno di preziosa offerta, alla Madonna. La cerimonia prosegue con la celebrazione della Santa Messa da parte del Vescovo, a conclusione della quale i confratelli canteranno l'Attitu, lamento funebre e canto arcaico, rivolto al dolore che il Cristo ha voluto patire per noi, prima di morire. Si tratta di una successione di invocazioni rivolte al corpo di Cristo, precisamente a: occhi, bocca, collo, mani, piedi, braccia, petto, costato, ginocchia, il corpo intero, sangue e anima. Durante l'Attitu, intonato dal solista, il coro risponde: "Miserere nostri Domine, Misere nostri". Intanto i fedeli si portano davanti all'altare e baciano il Crocifisso.
Dopo la cerimonia, ecco puntuale la scampagnata del Lunissanti, attorno all'abbazia, con il pranzo, la festa e gli immancabili canti sardi, seguiti dal più antico canto castellanese La bogi a passu, il ballo a passo di danza, che di solito accompagna il ballo sardo. Questi canti costituiscono per i castellanesi la continuità fra il sacro e il profano.
Alle tre del pomeriggio, all'interno della chiesa di Tergu, la processione si ricompone. I Misteri, al canto dei confratelli, dopo aver salutato questo luogo, fanno ritorno a Castelsardo. La sera, all'imbrunire, dalla cattedrale di Sant'Antonio abate, il corteo religioso riparte per dirigersi alla chiesa di Santa Maria: con i suoi canti attraversa le antiche stradine medioevali. Il cammino dei cantori e dei portatori dei Misteri viene illuminato da piccole torce in carta -li pabirotti-, portate da consorelle bambine; anche alcuni confratelli illuminano con le torce i punti più difficili, gradini, vicoli e viuzze. Al passaggio della Processione molte porte e finestre vengono lasciate aperte, come segno di ospitalità e attenzione nei confronti dei sacri simboli e misteri. La Processione prevede una ventina di fermate, durante le quali i cantori si esprimono in tre ore di canti.
Poco prima della mezzanotte, la Processione si conclude nella chiesa di Santa Maria. La confraternita, attraverso i suoi canti, vivi e sofferti, rappresenta un momento di profonda sacralità e insieme di totale appartenenza al Lunissanti della comunità di Castelsardo. Gli apostoli consegnano al priore il teschio, che lo fa baciare a tutti; gli vengono quindi consegnati anche tutti gli altri strumenti della Passione e Morte del Cristo. Per ultimo viene consegnato il Crocifisso, che il priore fa baciare agli apostoli. Alla fine, i confratelli si inginocchiano e cantano il De Profundis, in onore dei confratelli defunti.
Dopo la cerimonia, nella casa della confraternita, si svolgerà la cena, a base di ghisaddu, uno spezzatino di carne con sugo di pomodoro, agnello e carciofi arrosto, che si mangerà con del pane fatto in casa. In una stanza apposita viene apparecchiata una tavola riservata agli apostoli che hanno preso parte alla processione, al capellano della confraternita, al parroco della cattedrale e al vescovo. Alla fine della cena, i dodici apostoli cantano un'ultima volta i loro tre canti. A questo punto, anche gli altri confratelli, compreso il priore, che avevano mangiato in un'altra stanza, vengono invitati a unirsi a loro, è il momento di cantare il Te Deum e gli altri canti previsti. Sono canti che in genere si protraggono sino all'alba.
Nella chiesa di Santa Maria, il mercoledi, viene predisposto il Santo Sepolcro, dove vengono depositati dei piatti colmi di semi di grano, fatti germogliare al buio. La sera del giovedi, alle 18, si legano le campane, si celebra la Messa in Coena Domini e si suona la matracca, uno strumento composto da una tavola e da alcuni anelli metallici, usato per scandire il ritmo dei canti.
Ha poi luogo la processione, simbolicamente chiamata "La mamma che cerca il figliolo"; in realtà si svolgono due processioni, strettamente collegate. La Processione si apre con un Crocifisso, coperto parzialmente da un velo bianco, seguito da confratelli e consorelle. Il primo coro è quello del Miserere, seguito dal Cristo in croce tenuto in posizione orizzontale, portato da tre confratelli, e con appresso i fedeli, le consorelle e i confratelli. Il secondo coro, quello dello Stabat, accompagna il simulacro della Madre addolorata con il suo mantello nero e il coltello conficcato nel cuore, stringendo il sudario del Cristo. E' adornata di quattro candele. Una parte dei fedeli sta fra i due simulacri. Chiudono la processione il priore, il sacerdote e la priorissa, quindi i fedeli in preghiera. Le fermate della processione vengono annunciate dal suono inquietante della matracca.
La notte è illuminata dalle sole fiaccole, che creano un'atmosfera particolare, tutta rivolta al sacro, al mistero del Cristo: Dio fatto uomo, morto e risorto per la salvezza degli uomini. Conclusa la processione, i due simulacri si incontrano dentro la Cattedrale, dove confratelli e consorelle baciano il Crocifisso e i cori onorano con il loro canto i simulacri. Quindi la Processione farà ritorno alla chiesa di Santa Maria.
Venerdi santo. L'ISCRAVAMENTU.
La mattina del Venerdi Santo, i confratelli di Santa Croce preparano numerosi mazzolini di violacciocche (lu balcu) e con questi ornano accuratamente la bara della deposizione. Intanto, il Cristo, avvolto in un telo bianco, la croce e le scale vengono trasferiti dai confratelli dalla chiesa di Santa Maria alla Cattedrale, dove davanti all'altare Gesù viene posto sulla croce e coperto con un velo nero. Nel pomeriggio dalla chiesa di Santa Maria parte una processione diretta alla Cattedrale di S. Antonio abate. Aprono il corteo un confratello con la matracca, un altro col bastone della confraternita e il portatore di croce. Due confratelli recano in mano un vassoio d'argento, dove vi sono un mazzo di fiori, le bende, il martello e le tenaglie, che serviranno per effettuare la deposizione di Gesù, il rito de l'Iscravamentu. Dopo l'adorazione della croce, il vescovo guiderà -passaggio per passaggio- i due confratelli (che rappresentano Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo) alla deposizione di Gesù dalla croce. Togliere la corona di spine, i chiodi dalle mani e dai piedi, sono gesti preziosi e amorevoli, che esprimono una dolente partecipazione come dono d'amore, per una morte che diviene salvezza; sono gesti che fanno memoria del Cristo crocifisso. Infine, avvolto nel telo bianco, viene presentato alla Mamma addolorata. In un silenzio grave e assoluto, carico di sacralità. Il Cristo viene quindi deposto nella bara, adornata di fiori.
Accompagnato dal suono della matracca e dal canto del Miserere fugghi fugghiendi, il corteo lascia la Cattedrale per incamminarsi lungo il centro storico. Apre la Processione un confratello con la croce, le consorelle e i confratelli, il coro chiamato la bassa, la bara con il Cristo, l'altro coro chiamato l'alta, e il simulacro della Madonna addolorata. Il corteo percorre molto velocemente le vie del borgo -fugghi fugghiendi, appunto-, e i due cori dialogano fra loro: uno intonando la parte alta del canto e l'altro la parte bassa, così i confratelli cantano e scappano, poichè devono seppellire Gesù. La Processione si conclude nella chiesa di Santa Maria, al canto del Miserere: qui i confratelli distribuiscono, in segno di benedizione, i fiori che erano stati raccolti per onorare il Cristo, li donano ai fedeli che si chinano a toccare e baciare il corpo.
E' PASQUA.
La mattina della domenica di Pasqua, nella cattedrale di Sant'Antonio abate, viene celebrata dal vescovo la messa solenne in onore del Cristo risorto, introdotta dai confratelli con il Te Deum; che dunque cantano: Te Deum laudamus, te Dominum confitemur.
Durante tutta la celebrazione i confratelli -con i loro canti-, rendono la cerimonia particolarmente sentita e profonda. "Andate e annunciate a tutti la gioia del Cristo risorto", conclude il parroco la celebrazione eucaristica "Allelluia, Allelluia".
I confratelli cantano infine l'inno alla Madonna, Deus ti salvet Maria. Oltre al suo Spirito -il Consolatore-, Gesù ci lascia sua madre, una madre premurosa che non dimentica mai i propri figli. Li accompagna costantemente, con cure amorevoli, sino a condurli alla salvezza eterna... Sa Grassia nos donet in vida e in sa morte, e-i sa diciosa sorte in Paradisu.
|