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Il paese clandestino - Antonio Strinna - Arkadia editore
 
Diario
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IL CANTO POPOLARE IN SARDEGNA E NON SOLO - IMPORTANZA E ATTUALITA'

La comunità di un paese si mantiene coltivando le sue ragioni sociali ed economiche, sicuramente importanti, ma la comunità sente anche il bisogno di coltivare e conservare la sua memoria: quella individuale e quella collettiva, diciamo storica.
Senza memoria anche il suo passato finirebbe per non esistere. Perciò consideriamo la nostra memoria -idealmente-, come una casa sacra, inviolabile, incorruttibile.


Ma proviamo a passare sul versante opposto, se non altro per fare una verifica; lasciamo il versante ideale e spostiamoci, per un momento, su quello strettamente reale e materiale. Questo passaggio -questa verifica quasi drammatica-, ci invita a farlo un poeta argentino, Jorge Luis Borghes.
Piuttosto drasticamente, Borghes afferma che la memoria non esiste, né quella personale né quella collettiva. Dice infatti che tutta la nostra esistenza è destinata a scivolare nell’oblio. Ogni gesto, ogni parola è facile preda dell’oblio. La maggior parte della nostra storia viene dimenticata già un attimo dopo che l’abbiamo vissuta. E tuttavia, ammette Borghes, se è vero che la nostra memoria è fortemente precaria e imperfetta, anche l’oblio lo è, in qualche misura, in qualche modo. Insomma, l’oblio presenta, almeno ogni tanto, delle crepe. Più o meno numerose, più o meno profonde, comunque delle crepe. E passando attraverso queste crepe molti dei nostri ricordi riescono a rivedere la luce del tempo e della vita, insomma a salvarsi. In definitiva, sono proprio questi ricordi, sfuggiti miracolosamente all’oblio, a costituire la nostra memoria.
Viene da chiedersi: come potremmo aiutare la nostra storia a non farla cadere nelle fauci dell’oblio e a risparmiarle una morte sicura? Ecco come la tradizione sarda, prima di tutto orale, ha pensato di affrontare questo problema. Chistu tocca ponillu in musica…. Lo si diceva in Gallura, sino a qualche tempo fa, quando la gente di un paese o di un villaggio voleva fissare nella memoria un evento, lieto o triste che fosse, piccolo o grande, per essere così tramandato di generazione in generazione. Non poteva dunque bastare il racconto orale per conservarlo nella memoria e nel tempo. Ci voleva anche la musica, il canto. Insomma, il nostro vissuto -un evento in particolare-, veniva prima fissato come poesia o racconto e infine in forma di canto. Perché il canto ha il potere di opporsi all’oblio, al suo annientamento, ha insomma il potere di provocare al suo interno delle crepe, attraverso le quali passano le nostre storie e continuano a esistere. E costituiscono, in definitiva, la nostra memoria.
Ma tutto questo non accadeva né accade tutt’oggi per caso. Dietro c’è sempre una consapevolezza, una volontà e soprattutto una vocazione. Una vocazione che risponde a una chiamata. Quella di essere promotore, creatore e conservatore di memoria. Di essere, cioè, colui che si fa carico di rendere eterno ciò che altrimenti sarebbe destinato all’oblio, a morire una seconda volta. E’ la vocazione tipica del poeta, del cantastorie, del compositore, dell’armonizzatore, ecc. Chiamiamolo, per semplificare, con il termine di autore. Ma chi è costui?
A mio avviso, potremmo considerare l’autore come una sorta di Medium, cioè il Tramite fra il vissuto e l’ascolto del vissuto stesso, in forma codificata -versi, melodia, armonizzazione-, e quindi cantata. Pensando alla trasformazione e al volto che viene poi ad assumere il vissuto, mentre lo ascoltiamo dalle voci di un coro, viene da pensare anche ad un altro fenomeno, del tutto naturale, quello rappresentato dal lievito: la sostanza che trasforma la farina in pane e pasta, come ben sappiamo; la sostanza che rende la farina fruibile, sino a farne un alimento. E c’è un particolare non secondario da notare: all’interno del pane e della pasta non si avverte mai la presenza del lievito, è come scomparso. Lo stesso ragionamento lo possiamo fare a riguardo del caglio che viene usato per trasformare il latte in formaggio e poi ricotta. Anche in qui, come nel pane e nella pasta, accade che il lievito, cioè il caglio, non si avverte più. Perché se continuasse a sentirsi -lo sappiamo bene-, nessuno gradirebbe e mangerebbe quel formaggio.

Anche per valutare un giovane, rimasto immaturo, si usa dire che non ha cagliato. Non è diventato uomo, non si è trasformato, come avrebbe dovuto. Il concetto, come vedete, ritorna sempre. Lo ritroviamo per definire la stessa realtà, che sia concreta o metaforica.
Ma ritorniamo all’esempio del lievito messo nella farina e nel latte. In pratica, una volta che il medium, il tramite, il lievito -chiamatelo come volete-, ha svolto la sua funzione, sia pure nobile e straordinaria, passa dalla condizione di creatore a quella di creatura, uguale a tutte le altre, e dunque anche lui intraprende analoga trasformazione, stavolta in senso inverso. Consapevole di dover restituire alla gente ciò che già apparteneva alla gente, e lo fa dopo aver risposto alla sua chiamata, alla sua vocazione. Ovviamente c’è sempre il rischio che l’autore ceda alla tentazione di non fare questo passo indietro. E magari di autocelebrarsi come fosse il dominus assoluto di tutto il processo creativo, non il semplice autore della trasformazione. E questo, oltre ad essere innaturale e presuntuoso, avrebbe ben poche possibilità di essere accolto dalla gente, cioè di entrare a far parte del repertorio di canto popolare.
Scrive lo scrittore Francesco Masala a riguardo di Peppino Mereu: “Di un poeta, in fondo, non importa tanto il talento lirico, sempre opinabile, quanto l'uso che ne fa la società dove è vissuto”. Peppino Mereu, del resto, diviene poeta quando è ancora in atto la lotta contro la Legge delle chiudende, la privatizzazione dei terreni collettivi, a favore dei ricchi. Il poeta si contrappone alla classe cui appartiene la sua stessa famiglia, ricca e borghese. Abbandona la sua condizione di benessere, di ricchezza, e si schiera a fianco dei più poveri, sposa i valori e i sentimenti della cultura comunitaria, ne condivide la sorte, persino la povertà, il dolore. Così Peppino Mereu diventa su cantadore malaittu, ripudiato dai suoi ricchi parenti ma accolto dalla sua comunità.
Così, chi oggi ascolta o canta Nanneddu meu, avverte subito un forte e profondo sentimento e insieme un senso della storia, del tempo e della vita, con una estensione che lo fa scoprire ben oltre se stesso, ormai parte viva e indivisibile della comunità in cui agisce. Ecco, in questo senso, il poeta Peppino Mereu è proprio ciò di cui ha bisogno la comunità, al punto che continua a nutrirsene anche dopo la sua morte, secolo dopo secolo. La musica -di Rubanu e Puddu-, ne favorisce la comunicazione e insieme il calore, ricreando e dilatando la naturale dimensione collettiva. Aiutando così le nuove generazioni a fare memoria.
Memoria di un bisogno di futuro mai realizzato, per questo ancora più forte, più sentito. Del quale abbiamo sempre fame e sete e attraverso il quale passa la nostra realizzazione, personale e comunitaria. Nanneddu meu ci martella ancora e sempre: dentro la memoria, e in fondo al cuore, a ogni verso, ogni nota, chiedendoci prima di tutto di aver cura della nostra dignità di uomini.
A questo punto non posso non chiederci se siamo consapevoli di tutto questo. Consapevoli di essere i fortunati eredi di un patrimonio popolare ricco e prezioso, in qualunque parte d’Italia. Questa consapevolezza è assolutamente necessaria, insieme alla conoscenza e alla partecipazione, per sentirci in qualche modo impegnati a conservarlo e a tramandarlo alle future generazioni.
E tuttavia, possiamo limitarci a fruire della tradizione che i nostri progenitori, in forme così variegate, hanno saputo creare? Non vorrebbe forse dire, in fondo, vivere di rendita? Saremmo artefici di un continuo consumare senza apportare alcun contributo, nessuno sviluppo, né piccolo né grande. Non possiamo certo ignorare che la tradizione è un viaggio in continua evoluzione: è il passato, non ripiegato su se tesso, che si arricchisce del presente e del futuro. La tradizione è una casa che, come l’orizzonte, ha porte e finestre sempre aperte, attraverso le quali il tempo -il nostro tempo-, può entrare con il vissuto quotidiano. Lasciandovi il segno del nostro passaggio, la nostra testimonianza, con rinnovata identità. Ce lo insegnano gli antichi che di tradizioni se ne intendevano, quegli antichi che con le tradizioni vecchie e nuove avevano un profondo legame e ne facevano ogni giorno concreta esperienza, al punto da considerare la tradizione come la loro storia, sempre in itinere, al pari di un viaggio ininterrotto. Quello delle nostre comunità. Sapevano, attraverso la memoria collettiva, da dove venivano e dove volevano andare.

E noi, oggi, quale consapevolezza abbiamo del nostro viaggio? Giuseppe De Rita, fondatore e presidente del Censis, ha fatto al riguardo un’affermazione piuttosto desolante. Dice che noi -abitatori di questo tempo-, abbiamo smarrito il senso della traversata. Non sappiamo dove ci troviamo e dove stiamo andando, non sappiamo qual sarà e come sarà il nostro domani, il nostro approdo. E questo lo dobbiamo, aggiungo io, alla lungimiranza sempre più ridotta della politica.
La tradizione, specialmente quella del canto popolare, ha sempre costituito anche uno stile di vita, un’occasione per esprimere sentimenti e ideali, nella propria terra, fra la propria gente, nella gioia e nel dolore, pensando anche a quelli che al mondo dovevano ancora venire. Proprio i frutti di quest’amore i nostri progenitori ci hanno generosamente lasciato e affidato. Soprattutto il suo albero, ricco di canto e di poesia. Un albero che per continuare a vivere ha bisogno di essere curato, di essere aiutato a svilupparsi con il nostro affetto, la nostra passione, la nostra creatività.

Antonio Strinna

(Proprietà riservata)

SA MUTZERE DE SU PASTORE E I SU CANTADORE


Fit intirichinende cando tziu Giommaria at atzesu su primu coette pro ammentare a sos abitadores de bidda mia chi su notte, pro sa festa de santu Pedru, bi fit sa gara de sos cantadores a chiterra. Dae a nois, cando b'aiat festa, si usaiat de isparare su primu coette pro ammentare a sos biddajo chi su notte bi fit sa gara, sue duos cando sos cantadores a chiterra o poetes tuccaian dae domo de s'oberaju a ineu fit sa festa, sue 'e tres cando sos cantadores che fin pighende a su palcu.
Cando tziu Giomamria at postu fogu a sue 'e tre coettes, sa piatta inue aian fattu su palcu pro sa festa de Santu Pedru fit piena che ou. Sa zente, commente sempre, s'aiat battidu sa cadrea o sa banchitta dae domo pro s’iscultare sa gara a sa setzida. Cando sos cantadores fin pro pigare a su palcu, su prus pitzinnu de sos cantadores benit accolziadu da una bella giovana, sas prus bellas chi bi podiat esser iscultende sa gara; pili brunda, sos ojos chi parian duos pinnadellos.
Sa giovana li nenzeit: “A ti poto dimandare unu piaghere?”
“Mancari duos, si ti los poto faghere”, li rispondeit su cantadore “narami it est custu piaghere chi tias cherres dae a mie?”
“Tia essere meda cuntenta si tue, cando cantades sos muttos, tias cantare su muttu -In sas renas de mare- chi apo intesu in d'unu discu dae su cantadore Gavinu De Lunas”.
“No at essere cussu ebbia chi tias cherrer dae a mie?” li rispondeit su cantadore.
“Innanti cantami su muttu -In sas renas de mare-, si cherzo ateru ti l'apo a narrer a gara finida”.
Tando su cantadore at pensadu chi sas ultimas peraulas -Ti lu naro cando est finida sa gara-, deviat esser una mesa promissa, pro sughi issu aiat in pensamentu.
Su giovanu cantadore, dae su subra de su palcu, no la perdiat mai de oju pro bidere si affacca sua si setziat calcateru omine o si ch'esseret andada. Issa, setzida in sa cadrea chi s'aiat batidu dae domo, no s'est mai movida dae inue si fit posta dae cando fit bennida a piatta.
Issu pariat chi si la cheriat mandigare cun sos ojos.
Finidu de cantare sos muttos, sos cantadores -comente usaian fagher sempre-, si nde sun calados dae su palcu.
Tando issa s'est acculziada a su cantadore chi aiat faedadu innanti, nendeli: “Grascia manna tenzas pro su muttu chi m'as cantadu!”
“Piaghidu t’est?”
“Emmo, m'est piaghudu meda! Si cheres carchi cosa beni a domo mia!”
“Narami, cojuada ses o bajana?”
“Cojuada so”.
“E maridu tou inue ch’est?”
“Est in su cuile tentende su bistiamene”, li rispondeit sa bella giovana “ca in sas nottes de festa sa fura no mancat mai e de siguru s’ama chena tentada istanotte no la podiat lassare”.
“Metzus gai”, li nelzeit cuntentu su cantadore. “A tie già ti sugutzo e ti tento deo istanotte, dadu chi no ch’est issu. Istande sigura chi deo no apo a essere de mancu a sugutzas tie, prus de cantu tue podes sugutzare a mie”.
Pustis dimandeit a sa giovana: “Narami, comente fatto a agatare sa domo tua, daghi ap'aer cumpridu in domo 'e s’oberaju?”
“Sa domo mia est in sa carrela a insegus de sa domo de s’oberaju, in sa domo b'at unu bergulu mannu. In cussa carrela su bergulu b’est solu in sa domo mia, no la podes faddire ca est s’ultima de cussa carrela, poi de sa domo mia b'est campagna, lasso sa janna arrunbada e cun oriolu t'aisceto”.
“Istande prus che segura chi deo no apo a mancare”.
“Innanti de intrare”, li nelzeit sa bella giovana “assiguradi chi no bi apada zente in carrela”.
“Custas cosas las isco fagher bene: no est sa prima 'olta chi mi colco cun femmina anzena, finida sa gara. Però, m'as nadu ite ti naras...”
“Eleonora, mi naro”.
“Bellu numene, numene istoricu est su tou”.
Finida sa gara, Eleonora si ch’est andada a domo sua e-i su cantadore a domo de s’oberaju. Daghi pius a taldu s'at ritirare sos paritzos francos chi aiat cuntrattadu pro sa gara, su giovanu cantadore at saludadu e ringrajadu s'oberaju pro laere cumbidadu e s'est incumandadu pro lu cumbidare a sas ateras festas chi festaian in cussa bidda.
Lassada sa domo de soberaju, su cantador at leadu sa vitturetta sua fora de bidda, posta inue niunu la podiat bidere, posca a cua pro no lu idere niunu s’est incammindu a sa domo de Eleonora, nendesi tra issu: “Sa carrela est custa, no c'at ite faddire, su bergulu ch’est in custa domo solu, est sultima de custa carrela. Proamos si sa janna est aberta de abberu o si Eleonora m'at leadu in giru. Emmo! Est aberta, tando cheret narrer chi poto intrare.
Una 'olta intro, intendet sa oghe de sa padrona de domo chi li narat: “Tue ses?”
“Emmo, deo so”.
“Serra sa janna e intrache derettu a coghina”.
Daghi si l'at bidu innanti, Eleonora li narat: “Mai e poi mai creia ch'essere passadu su restu de sa notte cun tegus! Beni chi ti ammustro inue est s’appusentu inue colcamos”.
Cando issu fidi cuminzende a l’aprabutzare issa li faghet: “Ses tottu sueradu, pruite no ti samunas, ca a mie s'apitziga - apiziga de su suore no mi piaghet meda e a su matessi tempus samunendedi t’infriscas”.
“Regione tenes, sa notte est meda calda. A finitia de lampadas semus e de fagher caldu est tempus sou. Inue mi poto samunare?”
“Ispotzadi inoghe, ca in su cesso b'at pagu logu”.
Daghi s’est ispotzadu, est intradu a su cesso a si samunare. Issa l'at aiscetadu in s'appusentu inue aiat dissinnadu de corcare umpare a issu. Daghi su cantadore est torradu a s’appusentu, issa li narat: “Colcadi in su lettu e cuminza a fagher raiga cantu eo isto samunendemi. Daghi at finidu issa puru de si samunare, est torrada ainue fit issu pronta a si che colcare in su lettu. No che fidi mancu colcada, accò chi an bussadu a sa janna.
“Chie, chie est?” narat issa.
“E chie, cheret chi siat? Maridu tou so, aberimi sa janna!”
“Lassami 'estire e ti la so aberinde luego, sa janna”.
Totta assucconada, a s'iscuja issa li narat: “Bestidi e bessiche dae cussu balcone e gai luego che ses in s'atera carrela e issu no tidet. Si s'abitzada chi tue ses cun megus nos bochidi ambos duos”.
Su cantadore in presse e in furias daghi si ch'at intradu calzones e bottas, s'at leadu su 'entone e i sa giacchetta in manu, at saltiadu su balcone, s’est postu a currere chena ischire su caminu chi fi lende. Daghi Eleonora ada abeltu sa janna su maridu li narat: “S’amigu nostru meda s’est assuconadu?”
Meda ma meda, ma creo chi s'assuconu mannu l'at a leare cando at aberrer su poltafogliu e at bider chi no l'at restadu mancu unu francu!.
“Meda b'aiat?”
“Gia nos bastada pro sos dissinnos chi devimos fagher, ma a s'atera 'olta no tardes meda a bussare comente as fattu istanotte, ca si tardas un'ateru pagu non de poto fagher a mancu a mi lu ogare dae manu”.
Daghi su cantadore s'est appasigadu pro s'assuconu, est andadu ainue aiat lassadu sa vetturetta e si ch’est setzidu intro nendesi: “Istanotte ti la fis bidinde fea. Su diciu est bene postu: chie cun femmina anzena s’ispassat, finit in galera o sa vida bi lassat”.
Pensende a su malu at abbaidadu su poltafogliu, pro pagu no s'est dimmajadu cando at bidu chi no b'aiat pius mancu unu francu. At isclamadu: “ Brutta, brutta Eleonora! A mesa manzana, cando su maridu ch'at esser bessidu a cuile, bi ando a l'agatare. Si no mi torrat su dinari, beru pro Deus, la occo”.
Comente l'at nada, l'at fatta. Bi cheriat pagu a mesudie, cando at bussadu a sa janna de sa domo de Eleonora. Daghi at bussadu paritzas boltas e giamadu su numene de Eleonora, a sas boghes e a sos busidos suos, s'est accherada una femmina betza chi istaiat a costas, nendeli: “A chi est chilchende cuddhu giò?”
“A Eleonora”.
“In cussa domo no b'istat né Eleonora e né atere”.
“No est beru, deo istanotte so intradu in cussa domo”.
“Tue istanotte ti ses bisadu, in cussa domo dae tres annos no b'istat niunu. Sos padronos che sun trabagliende in Belgiu”.
“Podet esser chi sian bennidos pro sa festa de Santu Pedru”.
“No creo, ca si fin bennidos pro sa festa de santu Pedru mi nde fia abbitzada”.
“Apo cumpresu, apo cumpresu”.
“E ite as cumpresu? Chi ti ses bisadu?”
“Emmo, abbisu esseret biostadu, e Eleonora de numene e de fattas.


Tatharia bennarzu 2002
Tziu Frantziscu


VINTICHIMB'ANNOS DE POESIA SARDA
CREI-ACLI DE SA SARDIGNA

Cando si devet fraigare una domo, una domo chi potat durare tempus meda, ischimus chi non si devet fraigare subra sa rena ma in logu sicuru; subra sa rocca, narat s'Evangeliu. E massimamente si devet fraigare a pustis de aer fattu bonas e fungudas fundamentas.
Pro custu sun passados tres annos -dae su 1986 a su 1988-, primu de cominzare cun su Cuncursu veru e propriu. Tres annos chi sun istados impreados pro ponnere sas fundamentas a-i custa domo. A s'antologia cun sa cale amus postu umpare sos 25 annos de su Premiu, 25 annos ammanitzados dae Franziscu Dettori.
Est una domo bella e luminosa, abitada dae sos poetes matessi, mannos e pitzinnos, tottus sos chi amus premiadu in 25 annos. Ma est puru un'ateru tipu de domo, ateretantu importante. Est una domo de memoria, si amus presente chi donzi poesia faeddat de sa vida e de su tempus, de omines e de istoria. Duncas mi paret de poder narrer chi cust'antologia est una domo de sa memoria. E-i sa memoria non est paga cosa, est un logu sacru, fattu pro durare, chi si devet rispettare e cuntivizare cun passione e affettu meda.
Pro custu motivu amus pensadu de che los giugher in donzi biblioteca comunale, in donzi idda, custos duos liberos. Gai chi siat possibile, a cale si siat pessone, de los leggere. Cras, barigadu, ma puru a distanzia de medas annos, semper a disposizione de chie cheret fagher una ricerca o est amantiosu de sa poesia sarda.

Ai nostri poeti, di ogni tempo/ e alla loro irriducibile poesia/ che mai li ha concessi all'oblio.

Cun custa dedica, chi s'agatada a s'incominzu de s'Antologia, torramus a sa domo de sa poesia comente domo de memoria. Ca sa poesia est capaze de salvare sos poetes dae s'olvidu, chi est -issu puru-, un'atera morte. Sos poetes han a istare semper in mesu a nois, no b'hat morte chi si che lo potat leare pro semper. Pensade a Omero, a Dante, a Foscolo, a Leopardi, a Manzoni, a Pascoli, a Carducci, a D'Annunzio. Chie podet narrer chi no sun pius in mesu a nois? In palticulare, Metastasio -poeta arcadicu-, est mesu a nois e a sa poesia sarda. E Peppinu Mereu, Paoliccu Mossa, Melchiorre Murenu, Montanaru e tantos ateros, no sun forsis in mesu a nois?
Ma sa materia de sa poesia est s'omine, est su tempus, s'istoria e-i sa vida, e si custu est beru cheret narrer chi semus bios puru nois, intro a sa poesia issoro, umpare a issos. Pro custu sa poesia -issoro e nostra-, est sempre in gherra, una gherra necessaria, contr'a sa morte, e mai s'hat arrendere a issa. Sa poesia difendet s'omine e-i sa vida finzas cando sa morte zoccada a sa janna e non si podet fagher a mancu de l'aberrer. Ma sa morte, narat sa poesia, non hat mai a binchere de su tottu, in tottu, e pro semper. Sa poesia est pius forte, devet essere pius forte, pius potente. Ca sa poesia cheret bene a s'omine e a sa vida.
Narat su poeta argentinu J. L. Borges: Deus m'hat dadu s'iscuru, una notte chena fine, m'hat dadu sa notte umpare a sa lughe. E ite cheret narrer, Borghes, cun custas peraulas chi a bois, comente a mie, paren chi no anden de accordu? Cheret narrer chi est diventadu zegu, cando oramai fit mannu, ma est diventadu puru poete. E-i sa lughe de sa poesia hat illuminadu sa vida sua, bi l'hat fatta idere e cumprendere pius de cantu aian potidu faghere sos oios suos.
Nois amus sighidu custu insinzamentu, chi balet semper e in tantas maneras. E gai nois, teraccheddos, tantas bolta teraccheddos de nudda, amus fraigadu custa domo -de poesia e de memoria-, cuntivizende in coro nostru su pensamentu pius bellu chi un'omine potat bantare. Su pensamentu chi sa morte e-i s'olvidu no resessan mai a binchere s'omine e-i sa vida sua. Si b'amus a essere resessidos no at essere zertu pro meritu nostru, ma de sos poetes, chi han postu in custa domo su mezu de sas oberas issoro. Nois nos accuntentamus de essere istados teraccos e teraccheddos, in mesu a tanta lughe, e de no haer fraigadu custa domo indebadas. Semus cuntentos massimamente de l'aer fraigada né pro sos poetes, né pro a nois, ma pro sos fizos benidores de oe e de cras. Gai chi potan narrer: babbos nostros nos han lassadu una bona e bella eredidade. Nessi unu pagu de lughe e unu pagu de vida han semenadu, inue ateros han lassadu unu desertu sempre più mannu e pius poberu.
Hamus semenadu comente amus potidu, cun meda timorias e anneos, e puru cun tantos isbaglios, de sos cales dimandamus iscuia a sos poetes, primu 'e tottu. Nois semus cuntentos de no aere semenadu in mare, comente narat su poeta, sos fizos benidores sun su menzus terrinu chi nos podiat capitare. Gai su viaggiu de custu Premiu podet duncas sighire, e nois semus orgogliosos de nde fagher parte. Biazantes fortunados, ca semus in bona cumpagnia, sa menzus possibile.
E pro finire bos antizipo chi in sa copeltina de s'antologia no b'amus postu perunu autore, cosa chi est semper presente in donzi liberu. Ma nois amus pensadu chi s'autore, anzi sos autores, sun sos poetes, tottu sos poetes chi han fattu mannu custu Premiu de poesia e duncas cust'antologia. Diat toccare a issos a ponnere su nomene issoro in sa copertina. Ma sos poetas sun tantos e-i su logu est pagu. Dia toccare puru a sa Sardigna intrea. Pro custu l'amus posta in copeltina. E podimus forsi immentigare sas biddas chi nos han ospitadu? Istranzadu annu cun annu? Comente Laerru, oe, e Tathari pro primu. E donzi 'olta chi nos han istranzadu, in domo insoro e in coro insoro, nos han ammentadu chi custu Premiu no est su nostru, ma de sa zente, ca in mesu a sa zente vivede e hat a sighire a vivere.
Si Deus cheret... e-i sa poesia.

Antonio Strinna





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Colonna sonora di Marco Piras
 

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