Dal romanzo “L'EROE MALEDETTO (Inedito).”
Capitolo Primo
Avevo più polvere addosso che viveri nella bisaccia, quando al chiarore dell'alba arrivai a Longonsardo. C'ero arrivato con le mie sole gambe e con tutta quella polvere inzuppata di sudore, quasi una seconda pelle sotto un macigno di stanchezza. E dovevo ringraziare anche fame e sete se ero riuscito a rimanere sveglio per tutto il viaggio, un giorno e una notte senza sosta, dalla montagna al mare.
Eppure, dopo essermi presentato all'Alcàide e ai tre commilitoni, invece di riposarmi avevo ripreso a camminare. Lungo la spiaggia, mentre il sole s'impadroniva dell'orizzonte, indugiavo e godevo nell'annusare la brezza salata del mare confusa ai primi tepori della primavera.
Era come se l’inverno avesse appena richiuso le porte, gelide e cupe, alle mie spalle. Evitavo di voltarmi indietro, persino con il pensiero, sapevo bene che dietro quelle porte c’era soltanto il vuoto, almeno per me. E il vuoto, per mia esperienza quotidiana, è una presenza che non trova mai pace, non ha dimora da nessuna parte. Ti segue ovunque e, al primo smarrimento, non ci pensa due volte a inghiottirti.
Io però una difesa ce l'avevo, finalmente, e non soltanto il solito sogno senza domani. Ero stato arruolato, grazie a un vecchio frate cappuccino, torriere di Longonsardo.
Già dai primi momenti trascorsi sulla piazzadarmi, con lo sguardo rivolto alla vicinissima Corsica, mi ero reso conto che la fortezza costituiva l’ultimo baluardo a nord-est della Sardegna. Anche se in batteria c’erano soltanto quattro cannoni, di sei e otto pollici, due bombarde da dieci, due colubrine e quattro falconetti, oltre a una ventina di archibugi, alcune asce e daghe d’arrembaggio, e una santabarbara appena sufficiente, io la consideravo una difesa formidabile contro le incursioni dei saraceni e dei loro veloci sciabecchi.
Insomma, qui mi sentivo al sicuro. Sentinella di una torre poderosa, che a tutti incuteva timore, mi ritenevo un uomo fatto, diciott’anni mi sembravano già tanti. Anche perché la mia esistenza mostrava l’unico volto possibile, indispensabile per riscattare il mio passato. Il volto della forza e del coraggio. Il solo pensiero che avevo in corpo era quello di difendere ad ogni costo la fortezza, e con la fortezza il nord dell’isola. Del resto, le poche pietre del mio futuro erano tutte lì; e io, artigliere recluta insieme ad altri tre, mi sentivo risoluto a difenderlo, senza risparmio. E a trasformare la mia vita, soprattutto, come un territorio soltanto mio, che finalmente potevo coltivare. Trasformare la mia vita, senza misura e senza timore, che cosa poteva esaltarmi di più?
Venivo da un passato del quale non conoscevo né mio padre, né mia madre; neanche un parente qualunque. Non ne sapevo nulla. Tutti scomparsi, forse per sempre, come i tanti villaggi cancellati dal passaggio mortale della peste, un passaggio che si ripeteva anche quell'anno. Altri villaggi venivano travolti, con le loro storie, le loro attese, sommersi di cenere, silenzio, indifferenza. Villaggi che si vedevano negata persino la realtà di essere esistiti.
Di queste e di tante altre storie, sia pure piccole, umili, ma che sentivo ugualmente preziose, confuse alla mia, non rimaneva neppure una vaga memoria. Ma anche questo aggiungeva, nel nostro comune silenzio, dolore a dolore.
E qual era il senso di questo silenzio, così affollato di dolore? Qual era il senso di tutto questo morire, non diverso da quello delle pecore e delle formiche? Potevo rivolgermi al cielo, al mare, alla terra, ma nessuna risposta mi veniva concessa, per questi esseri strappati alla vita e al tempo dalla furia della pestilenza. Nessuna risposta nemmeno a riguardo del mio nome, visto che un nome vero e proprio non ce l'avevo.
Galluresu, mi chiamavano, infatti, non senza ironia, un nome che derivava dalla regione in cui avevo vissuto più a lungo, la Gallura, dove nel frattempo quasi nessun villaggio era scampato all’interminabile valanga di morte. Venivo da un passato oscuro che aveva ancora il volto della povertà, delle ruberie, dei soprusi, e della sottomissione. Dunque non mi restava che quel nome, Galluresu, un suono dentro una foresta di suoni, unicamente figlio di Gallura. Per il resto, figlio di nessuno.
Mi ero arruolato portandomi appresso il piccolo bagaglio che mi aveva fornito un vecchio frate cappuccino. Leggere e scrivere, non solo pregare, e prima ancora saper guardare, saper ragionare fra le situazioni quotidiane, spesso complicate. Mi sosteneva allora un’idea continua, istintiva quanto risoluta, di quelle che ci sgorgano dentro in modo naturale e inspiegabile: da qualche parte, forse non lontano, doveva esserci un posto anche per me; ma una volta raggiunto, mi diceva l’istinto, non sarebbe stato un affare proprio tranquillo. Si sarebbe rivelato, in fondo, un affare non senza nodi da sciogliere. Forse persino da evitare, chissà, eppure inevitabile.
Tutto e soltanto avventura? E a quale prezzo avrei potuto conquistare il mio spazio nel mondo e poi continuare a conservarlo? Con chi, con che cosa, prima o dopo, avrei dovuto fare i conti? Certo non me lo chiedevo, allora, preferivo fidarmi di me e lasciarmi andare, preferivo credere persino ai sogni. Ma il vecchio frate sapeva vedere e anche prevenire i rischi della mia giovane età, dell'innocenza bella e sprovveduta, dei rischi moltiplicati dagli azzardi che la vita stessa mi avrebbe combinato, che fosse mettere alla prova la mia volontà o semplicemente per misurare le mie forze.
"Sappi che la vita non è innocente come sembra", mi disse un giorno il vecchio frate "tanto meno lo sono gli uomini, innocenti; non lo sono le loro ambizioni, i sentimenti, i gesti, e tutto ciò che non sappiamo di noi, che è gran parte di noi stessi. Non dimenticare: confida e stai sempre sull’avviso. Lo sguardo vicino e lontano. Proprio come la serpe, sempre discreta e sospettosa, pronta a calcolare le insidie".
Con voce ferma, sguardo serio, il frate proseguiva la sua ammonizione: “Se accendi la luce, se percorri qualche sentiero e avrai potere su qualcosa, non sarà mai senza dolore. Forse questo lo crederanno gli altri, quelli che ti invidieranno, ma non è affatto così. Succede anche, certe volte, che il male che fai con il potere è più grande del bene. Puoi anche nasconderlo, il tuo male, ma certo non ignorare.
"Tu mi dirai, perchè li hai conosciuti, che al mondo ci sono uomini che nel corpo non hanno che sangue e nessuna coscienza. Uomini che soltanto sangue mettono nel loro potere, persino avvelenato. Questo è vero, purtroppo. Come è vero che con il loro stesso sangue, alla fine, saranno giudicati".
Lo ammetto, di tutte quelle parole allora avevo capito non più della scorza. Ma quando si nasce con poco e con poco si è costretti a vivere, si può essere soltanto animali ruminanti, come la pecora. E il tempo non mi mancava per sbucciare e ruminare quelle insolite parole. Del resto, quelle parole erano così forti e decise che poteva bastare l'istinto per guardarci dentro. Comunque fosse, quelle parole rimasero lungamente con me come viveri destinati alla brutta stagione. Che prima o poi sarebbe arrivata, lo sapevo bene, anche senza preavviso.
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